Lo so è dura…. e non sono ancora in grado di ridare piena operatività a questo Blog … però ….. la diatriba su Marco Travaglio e le sue dichiarazioni a "Che Tempo Fa" di Sabato 10.05.2008 hanno dato vita ad un duello tra lo stesso Travaglio e Giuseppe d’Avanzo di Repubblica sul giornale stesso di oggi che ritengo meriti di essere letto e…. pure meriterebbe approfondimenti.
 
Più che altro si torna sempre alla solita regola, "non importa cosa si fa, ma sopratutto come la si fa": si può resistere e fare critica dura ed opposizione dura contro una certa parte politica, dicendo cose vere ed anche scomode solo nel modo e stile di Travaglio e/o Beppe Grillo oppure è possibile trovare una via di mezzo o comunque una via che salvi un metodo di correttezza, di "garanzie", non giustizialista pur prendendo di petto senza compromessi certi argomenti?
 
La risposta di Giuseppe D’Avanzo è secondo me una corretta risposta sopratutto sotto il profilo del metodo anche perchè nella vita si fa sempre presto a passare dal ruolo di carnefice a quello di vittima.
 
A Voi – se vorrete – i commenti.
 
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Lettera di Marco Travaglio a “la Repubblica”

Caro direttore, ringrazio D´Avanzo per la lezione di giornalismo che mi ha impartito su Repubblica di ieri. Si impara sempre qualcosa, nella vita. Ma, per quanto mi riguarda, temo di essere ormai irrecuperabile, avendo lavorato per cattivi maestri come Montanelli, Biagi, Rinaldi, Furio Colombo e altri. I quali, evidentemente, non mi ritenevano un pubblico mentitore, un truccatore di carte che «bluffa», «avvelena il metabolismo sociale» e «indebolisce le istituzioni», un manipolatore di lettori «inconsapevoli», quale invece mi ritiene D´Avanzo. Sabato sera sono stato invitato a «Che tempo che fa» per presentare il mio ultimo libro, «Se li conosci li eviti», scritto con Peter Gomez, che in 45 giorni non ha avuto alcun preannuncio di querela. E mi sono limitato a rammentare un fatto vero a proposito di uno dei tanti politici citati nel libro: e cioè che, raccontando vita e opere di Renato Schifani al momento della sua elezione a presidente del Senato, nessun quotidiano (tranne l´Unità e, paradossalmente, Il Giornale di Berlusconi) ha ricordato i suoi rapporti con persone poi condannate per mafia, come Nino Mandalà e Benny D´Agostino (ho detto testualmente: «Schifani ha avuto delle amicizie con dei mafiosi. rapporti con signori che sono poi stati condannati per mafia»; la frase «anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso», falsamente attribuitami da D´Avanzo, non l´ho mai detta né pensata).

Quei rapporti, contrariamente a quanto scrive D´Avanzo, sono tutt´altro che «lontani nel tempo», visto che ancora a metà degli anni 90 Schifani fu ingaggiato, come consulente per l´urbanistica e il piano regolatore, dal Comune di Villabate retto da uomini legati al boss Mandalà e di lì a poco sciolto due volte per mafia. Rapporti di nessuna rilevanza penale, ma di grande rilievo politico-morale, visto che la mafia non dimentica, ha la memoria lunghissima e spesso usa le sue amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso.

In qualunque altro paese, casomai capitasse che il titolare di certi rapporti ascenda alla seconda carica dello Stato, tutti i giornali e le tv gli rammenterebbero quei rapporti: per questo, negli altri paesi, il titolare di certi rapporti difficilmente ascende ai vertici dello Stato. Che cosa c´entri tutto questo con le «agenzie del risentimento» e il «qualunquismo antipolitico» di cui parla D´Avanzo, mi sfugge.

Secondo lui i giornali, all´elezione di Schifani a presidente del Senato, non hanno più parlato di quei rapporti perché nel frattempo non s´era scoperto nulla di nuovo. Strano: non c´era nulla di nuovo neppure sul riporto di Schifani, eppure tutti i giornali l´hanno doviziosamente rammentato. I lettori giudicheranno se sia più importante ricordare il riporto, oppure il rapporto con D´Agostino e Mandalà (che poi, un po´ contraddittoriamente, lo stesso D´Avanzo definisce «sconsiderato»). Ora che – pare – Schifani ha deciso di querelarmi, un giudice deciderà se quel che ho detto è vero o non è vero.

Almeno in tribunale, si bada ai fatti e le chiacchiere stanno a zero: o hai detto il vero o hai detto il falso. Io sono certo di avere detto il vero, e tra l´altro solo una minima parte. Oltretutto c´è già un precedente specifico: quando, per primo, Marco Lillo rivelò queste cose sull´Espresso nel 2002, Schifani lo denunciò. Ma la denuncia venne archiviata nel 2007 perché – scrive il giudice – «l´articolo si presenta sostanzialmente veritiero». Approfitto di questo spazio per ringraziare i tanti colleghi e lettori (anche di Repubblica) che in questi giorni difficili mi hanno testimoniato solidarietà. Tenterò, pur con tutti i miei limiti, di continuare a non deluderli.

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NON SEMPRE I FATTI SONO LA VERITÀ…
Giuseppe D’Avanzo de “la Repubblica” risponde

Non so che cosa davvero pensassero dell´allievo gli eccellenti maestri di Marco Travaglio (però, che irriconoscenza trascurare le istruzioni del direttore de il Borghese). Il buon senso mi suggerisce, tuttavia, che almeno una volta Montanelli, Biagi, Rinaldi, forse addirittura Furio Colombo, gli abbiano raccomandato di maneggiare con cura il "vero" e il "falso": «qualifiche fluide e manipolabili» come insegna un altro maestro, Franco Cordero. Di questo si parla, infatti, cari lettori – che siate o meno ammiratori di Travaglio; che siate entusiasti, incazzatissimi contro ogni rilievo che gli si può opporre o soltanto curiosi di capire.

Che cos’è un "fatto", dunque? Un "fatto" ci indica sempre una verità? O l´apparente evidenza di un "fatto" ci deve rendere guardinghi, più prudenti perché può indurci in errore? Non è questo l´esercizio indispensabile del giornalismo che, «piantato nel mezzo delle libere istituzioni», le può corrompere o, al contrario, proteggere? Ancora oggi Travaglio («Io racconto solo fatti») si confonde e confonde i suoi lettori.

Sostenere: «Ancora a metà degli anni 90, Schifani fu ingaggiato dal Comune di Villabate, retto da uomini legato al boss Mandalà di lì a poco sciolto due volte per mafia» indica una traccia di lavoro e non una conclusione. Mandalà (come Travaglio sa) sarà accusato di mafia soltanto nel 1998 (dopo «la metà degli Anni Novanta», dunque) e soltanto «di lì a poco» (appunto) il comune di Villabate sarà sciolto. Se ne può ricavare un giudizio? Temo di no.

Certo, nasce un interrogativo che dovrebbe convincere Travaglio ad abbandonare, per qualche tempo, le piazze del Vaffanculo, il salotto di Annozero, i teatri plaudenti e andarsene in Sicilia ad approfondire il solco già aperto pazientemente dalle inchieste di Repubblica (Bellavia, Palazzolo) e l´Espresso (Giustolisi, Lillo) e che, al di là di quel che è stato raccontato, non hanno offerto nel tempo ulteriori novità.

E´ l´impegno che Travaglio trascura. Il nostro amico sceglie un comodo, stortissimo espediente. Si disinteressa del "vero" e del "falso". Afferra un "fatto" controverso (ne è consapevole, perché non è fesso). Con la complicità della potenza della tv – e dell´impotenza della Rai, di un inerme Fazio – lo getta in faccia agli spettatori lasciandosi dietro una secrezione velenosa che lascia credere: «Anche la seconda carica dello Stato è un mafioso…». Basta leggere i blog per rendersene conto. Anche se Travaglio non l´ha mai detta, quella frase, è l´opinione che voleva creare. Se non fosse un tartufo, lo ammetterebbe.

Discutiamo di questo metodo, cari lettori. Del «metodo Travaglio» e delle "agenzie del risentimento". Di una pratica giornalistica che, con "fatti" ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. E´ un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target (gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra). Farò un esempio che renderà, forse, più chiaro quanto può essere letale questo metodo.

8 agosto del 2002. Marco telefona a Pippo. Gli chiede di occuparsi dei «cuscini». Marco e Pippo sono in vacanza insieme, concludono per approssimazione gli investigatori di Palermo. Che, durante le indagini, trovano un´ambigua conferma di quella villeggiatura comune. Prova maligna perché intenzionale e non indipendente. Fonte, l´avvocato di Michele Aiello. Il legale dice di aver saputo dal suo assistito che, su richiesta di Pippo, Aiello ha pagato l´albergo a Marco. Forse, dicono gli investigatori, un residence nei dintorni di Trabia.
Michele Aiello, ingegnere, fortunato impresario della sanità siciliana, protetto dal governatore Totò Cuffaro (che, per averlo aiutato, beccherà 5 anni in primo grado), è stato condannato a 14 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso. Pippo è Giuseppe Ciuro, sottufficiale di polizia giudiziaria, condannato a 4 anni e 6 mesi per aver favorito Michele Aiello e aver rivelato segreti d´ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Marco è Marco Travaglio.

Ditemi ora chi può essere tanto grossolano o vile da attribuire all´integrità di Marco Travaglio un´ombra, una colpa, addirittura un accordo fraudolento con il mafioso e il suo complice? Davvero qualcuno, tra i suoi fiduciosi lettori o tra i suoi antipatizzanti, può credere che Travaglio debba delle spiegazioni soltanto perché ha avuto la malasorte di farsi piacere un tipo (Giuseppe Ciuro) che soltanto dopo si scoprirà essere un infedele manutengolo?

Nessuno, che sia in buona fede, può farlo. Eppure un´«agenzia del risentimento» potrebbe metter su un pirotecnico spettacolino con poca spesa ricordando, per dire, che «la mafia ha la memoria lunghissima e spesso usa le amicizie, anche risalenti nel tempo, per ricattare chi tenta di scrollarsele frettolosamente di dosso» . Basta dare per scontato il "fatto", che ci fosse davvero una consapevole amicizia mafiosa: proprio quel che deve essere dimostrato ragionevolmente da un attento lavoro di cronaca.

Cari lettori, anche Travaglio può essere travolto dal «metodo Travaglio». Travaglio – temo – non ha alcun interesse a raccontarvelo (ecco la sua insincerità) e io penso (ripeto) che la sana, necessaria critica alla classe politico-istituzionale meriti onesto giornalismo e fiducia nel destino comune. Non un qualunquismo antipolitico alimentato, per interesse particolare, da un linciaggio continuo e irrefrenabile che può contaminare la credibilità di ogni istituzione e la rispettabilità di chiunque.

 

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