L’Omicidio del Commissario Luigi Calabresi è uno dei momenti più importanti della Storia contemporanea Italiana: un fatto colmo di siginificati … di motivazioni e le cui ripercussioni vediamo oggi.
Persone importanti ed insospettate sono andate in carcere per questo, altre sono fuggite … dopo numerose sentenze, il verdetto di condanna nei confronti di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani, Ovidio Bompressi e Leonardo Marino deve considerarsi definitivo (salvo evidenti colpi di scena revisionistici), sia sotto il profilo giuridico sia sotto i presupposti del messaggio e ragionamento che voglio svolgere.
 
Ora, è recente l’hype sul libro di Mario Calabresi, apprezzato inviato di Repubblica e figlio del Commissario Calabresi, in ordine alla propria vita … alle proprie sofferenze di vittima dell’assassinio e del linciaggio morale cui il commissario fu sottoposto.
E’ un hype doveroso e meritato a mio giudizio perchè è comunque un libro utile e da leggere ….e da capire  …. perpercepire cosa sonostati quegli anni.
Il massimo rispetto va a Mario Calabresi ed alla famiglia per tutto quanto accadde.
 
Però ….. quando si entra in questo argomento è intellettualmente essenziale allargare l’ambito e capire l’altro lato …. cioè l’altro assassinio che a filo doppio è legato all’omicidio Calabresi, ovvero l’omicidio di Giuseppe Pinelli.
 
Pubblico qui una lettera fatta da un amico Francesco “Baro” Barilli, leader del sito reti-invisibili.net che ho trovato preziosa sotto il profilo del messaggio ….. per capire ed anche magari giudicare o prendere posizione, è diritto di tutti noi avere un’informazione completa per attuare una discussione articolata, completa ….. anche meditare (atto e fatto che diventa sempre più ostico di questi tempi, fatti di flash, spots e rapidedecisioni) con noi stessi quando si parla di tante cose (se non di tutte).
 
Non sono sempre d’accordo con Francesco, ed in qualche passaggio di quello che segue meno ancora, ma …. il metodo …. il messaggio …. la visione …. è un qualcosa che mi sento di fare totalmente mio ….. a maggior ragione quando parliamo di una tragedia unica in due capitoli legati a filo doppio quale è quella delle morti Pinelli/Calabresi …. e quando pensiamo a tutto ciò che rappresentano ed indicano.
Allego pure la replica a Francesco di Sergio Segio, mitico leader di Potere Operaio, persona che ha fatto un lungo percorso di uscita dall’illegalità verso impegno e testimonianza civile …. una replica che mi trova meno d’accordo, su alcuni particolari …. ma che mi da forti emozioni pure lui e motivi di meditazione ……..mi vengono in mente le parole del Presidente Napolitano su coloro che sono usciti dal terrorismo dopo avere espiato la pena loro comminata, ma parimenti non posso non sentire che persone come Segio (sia pure con i dissensi su molte cose chedice in questa lettera) siano essenziali per capire e per non dimenticare e per … non ripetere gli errori e le tragedie del passato
 
 
 
Spingendo la verità storica un po’ più in là.
Lettera a Mario Calabresi
Francesco “baro” Barilli

4 luglio 2008

Caro Calabresi,
ho letto da qualche settimana il suo libro, “Spingendo la notte più in là”, e volevo comunicarle alcune riflessioni. Innanzitutto una precisazione, che è corretto esporle subito affinché non si disperda fra le righe e perché non resti fra noi il velo dell’incomprensione. Ho 42 anni, non ho vissuto direttamente i fatti di cui le parlerò; conosco Licia Pinelli e ho seguito il caso del marito per passione civile, cercando di tenermi lontano da tentazioni manichee.
Vengo ora al suo libro. Se è un racconto sul dolore personale, sull’elaborazione del lutto resa ancora più faticosa dalla giovanissima età che lei aveva quando suo padre fu ucciso, il suo è un bel libro. Se è la ricostruzione di una parte della storia d’Italia (ripeto: di una parte, per di più filtrata dalla sua soggettività) è un lavoro dignitoso, che si confronta con i limiti di una rappresentazione parziale, valida nella misura in cui quei limiti li ammette con franchezza. Se pretende di essere “la” ricostruzione dei nostri anni ’70 il valore è ancora inferiore.
Non credo che quest’ultima opzione fosse il suo intento, ma di fatto è quel che si è concretizzato sui media.

Un’operazione negativa, e lei – anche riconoscendole di non avervi partecipato volontariamente – non può sentirsi escluso dalle responsabilità, essendo persona consapevole delle dinamiche dei media. Non può sottrarsi al ruolo assegnatole di depositario di una verità costretto a rimuoverne un’altra.

Prima di leggere il suo libro mi era capitato di vederla un paio di volte in televisione. In entrambe le occasioni ha speso parole belle ma “scivolose” su Pino Pinelli, come se la storia dell’anarchico precipitato dalla questura milanese la notte del 15 dicembre ’69 fosse rimasta impigliata alla vicenda di suo padre per un caso o per le bizze della storia. Leggendo il suo racconto speravo di trovare qualcosa di diverso, ma sono rimasto deluso. I toni sono rimasti partecipi, ma così pure l’atteggiamento sbrigativo, quasi da “è tutto chiaro, passiamo ad altro”, verso una questione che resta irrisolta, al di là della famosa sentenza D’Ambrosio che attribuì quella morte ad un malore con slancio attivo. Glielo dico perché, indipendentemente da quel che si può pensare delle conclusioni del magistrato, il caso Pinelli non lo si può cristallizzare nell’istante della precipitazione da quella finestra. Esistono un prima e un dopo, e forse l’errore di questi 39 anni è stato concentrarsi su quel singolo istante senza saperlo o volerlo contestualizzare.

Non vorrei essere frainteso, dunque preciso pure il superfluo: la campagna contro suo padre fu quanto di più sbagliato si possa immaginare, nei toni e nei contenuti. Sbagliata eticamente, intellettualmente e politicamente, perché finì col cementare l’opinione pubblica in una contrapposizione in cui interrogarsi se suo padre fosse o meno l’unico responsabile della morte di Pinelli, o se fosse o meno presente nell’istante della precipitazione. Si personalizzò una campagna di stampa che trascese nei modi e nei tragici effetti, perdendo di vista la complessità della situazione e i reali obbiettivi di verità cui si doveva aspirare.

Lei potrà obbiettare che la verità la si raggiunse con la sentenza del 1975, in cui D’Ambrosio salomonicamente escluse l’omicidio come il suicidio. Strano paese, l’Italia: dove speso la magistratura viene accusata di ingerenze nella vita pubblica, per poi delegarle acriticamente la ricerca della verità, dimenticando che solo scopo dell’azione giudiziaria è l’accertamento dei fatti nei loro aspetti penalmente rilevanti. I giudici non sono i sacerdoti della verità, ne sono i meccanici: assegnargli un ruolo salvifico significa caricare la loro coscienza di un peso insopportabile, col solo effetto di sgravare la nostra.
Quel che è in discussione non è tanto la sentenza (su cui ho i miei dubbi, ma parlarne risulterebbe dispersivo) quanto la sua effettiva portata, perché la vicenda Pinelli comincia prima di quell’ultimo interrogatorio e finisce dopo. Comincia con un fermo di polizia svoltosi in termini e modi contrari alla legge (e questo lo conferma pure la sentenza, pur se disponendo il proscioglimento del dottor Allegra perché il reato si era nel frattempo estinto per intervenuta amnistia). Termina con una campagna diffamatoria verso la vittima, di cui si volle sostenere il suicidio e il coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Queste due menzogne, acclarate anche in sede giudiziaria, furono portate avanti nell’immediatezza dei fatti e per diverso tempo in seguito, se non col consenso almeno con l’acquiescenza di suo padre.

So che quest’ultima affermazione può averla ferita: mi creda, non era mia intenzione. Così pure non è mia volontà tentare una sgradevole graduatoria d’importanza o di gravità fra quelle due campagne denigratorie (subite da suo padre e da Pinelli), ma va sottolineato che a quella contro Luigi Calabresi parteciparono intellettuali e artisti, a quella contro il ferroviere anarchico partecipò lo Stato, e forse per questo è stata rimossa dalla memoria collettiva. Riconoscere e ricordare il fiume di fango versato su Pinelli e sugli anarchici sarebbe stato da parte sua un gesto non solo nobile, ma pure utile e particolarmente significativo.
Caro Calabresi, in precedenza le dicevo di averla vista in televisione in un paio di occasioni. Una di queste fu lo speciale di Ballarò sugli anni ’70, lo scorso 23 gennaio. Oltre alle testimonianze in studio, nel corso della trasmissione fu mostrato un filmato che ripercorreva le tragedie di quel periodo. Qui, l’amara sorpresa: nessuna menzione per Varalli, Zibecchi, Brasili… Neppure per Roberto Franceschi, che proprio 35 anni prima, il 23 gennaio 1973, fu colpito mortalmente dalle forze dell’ordine al termine di una contestata assemblea del movimento studentesco. Una sentenza civile del 1999, superando un muro di omertà e falsità, affermò con chiarezza le responsabilità della polizia, escludendo l’uso legitimo delle armi. In quella puntata di Ballarò, se non altro per la coincidenza temporale, mi sarei aspettato una citazione almeno del caso Franceschi. Così non è stato.

Sia chiaro: non si tratta di considerare i morti come pesi da buttare sui piatti della bilancia per raggiungere l’equilibrio, e neppure di contrapporre lutti ad altri lutti. In altre parole, non vorrei un Ballarò “compensativo”: la storia non la si fa con un macabro pallottoliere, e cercare oggi il punto d’equilibrio su quella bilancia è operazione antistorica e pericolosa. Credo però sia altrettanto pericoloso rimuovere dalla storia d’Italia il fatto che le lotte sociali – da Portella delle Ginestre alla fine degli anni ’70 – hanno prodotto un enorme tributo di tragedie.

Per vicissitudini personali ho avuto modo di ascoltare le storie di molti parenti di quelle vittime. Ho letto i loro racconti, ho raccolto memorie di dolori ed esperienze. Sono molte le cose che ho trovato in comune; alcune riguardano la dimensione collettiva, altre quella personale. Fra queste, il timore che quelle vicende finiscano nella pattumiera della storia, dimenticate o riscritte in modo sciatto o strumentale.
Nel suo libro lei lamenta la mancanza di un luogo dove la memoria delle tragedie degli anni ’70 sia conservata, arrivando ad essere condivisa e – di conseguenza – sintomo di vera pacificazione nazionale. In quella sua ipotesi di luogo della memoria resterebbero però esclusi i Franceschi, Varalli, Zibecchi, i morti di Avola, quelli di Reggio Emilia e molti altri, di cui non fa menzione. Si tratterebbe di una sorta di operazione che ricalca quella intrapresa in Sudafrica senza saperne ripercorrere il percorso (tortuoso e faticoso, ma anche il solo che sappia portare a un risultato, tenendosi lontano dalle tentazioni di scorciatoie), di una memoria strabica e incompleta. E una memoria parziale è destinata a rimuoverne altre. Ricordo cosa scrisse Ferdinando Camon: “quando le tragedie della storia si confondono e il ragazzo interrogato a scuola nel datare un avvenimento sbaglia di tre secoli, vuol dire che non fanno più male: che ci siano state o non ci siano state non fa nessuna differenza”.

Caro Calabresi, credo che la notte, prima di spingerla più in là e dirsi pronti a un nuovo giorno, la si debba capire, senza ricordarne solo quella parte di oscurità che ha sconvolto la nostra vita. Questa è la riflessione che le chiedo di fare e la saluto cordialmente, nella speranza di una sua risposta.

Francesco “baro” Barilli

 
Caro Francesco,
ti ringrazio per l’invio di questa tua lettera a Mario Calabresi. La pubblicherò volentieri su Miccia corta, perché credo sia un contributo utile alla riflessione, mettendo coraggiosamente – come si suol dire – il dito nella piaga. In questo caso, poi, neppure di metafora si tratta, ma di vere ferite, aperte e infettate. O sarebbe il caso di dire, riaperte e reinfettate.
Il dibattito pubblico degli ultimi anni, infatti, credo abbia fatto fare notevoli passi indietro nella direzione di consegnare alla storia quelle terribili e lontane vicende.
Di positivo si è prodotta una nuova e vera attenzione alle vittime, dando loro riconoscimento e voce pubblica.
Il risvolto negativo è che, contemporaneamente, si è unidimensionata la figura della vittima solo a quanti sono stati colpiti dalle organizzazioni armate delle sinistra, con ciò chiudendo anche ogni possibile discorso di riconciliazione e preferendo la logica del vae victis.
Gli uccisi dalle forze dell’ordine, dagli oltranzisti di destra e dai registi della strategia della tensione sono stati letteralmente rimossi dalla coscienza pubblica e dall’informazione storica.
 
I due ultimi caposaldi di questo processo di revisione storica sono stati, a mio giudizio, il libro di Calabresi (o meglio la gestione politico-mediatica che ne è stata fatta, e giustamente parli di “operazione”) e la legge che ha fissato il 9 maggio come Giornata di memoria per le vittime.
Ovviamente, non sono in discussione la buona fede e le migliori intenzioni di Sabina Rossa (persona che apprezzo molto) e di Mario Calabresi: sto dicendo un’altra cosa, ovvero che si è voluto consegnare definitivamente alla Storia una versione falsata e lacunosa dei nostri anni di piombo, finalizzata all’autoassoluzione dello Stato (di quelle sue parti e suoi uomini che hanno gestito, se non promosso la strategia della tensione) e, più in là, di quegli apparati internazionali che nella logica della Guerra fredda e della realpolitik hanno giocato, talvolta favorendole e sempre utilizzandole ai fini della stabilizzazione e della conservazione politica, le degenerazioni armate dei movimenti degli anni Settanta.
Temo che ormai siamo oltre ogni possibilità di contenimento e rettifica di tale processo, ma, per quanto serve, credo importante continuare a ricordare che se Calabresi è stato la diciottesima vittima di piazza Fontana, Pinelli ne è stato la diciasettesima, e che la storia ha una sua processualità da cui non si può derogare, pena (come in effetti si sta facendo) il ricostruirla a macchie di leopardo e secondo le convenienze dei più forti (ma così perpetuando all’infinito conflitti e lacerazioni, con il rischio concreto che possano riprodurre anche odio e violenza).
In questi ultimi tempi i soli Manlio Milani e Nando Dalla Chiesa hanno parlato della necessità di riconoscere Pinelli come vittima: sarebbe importante che questa esigenza, di verità e di giustizia, ma anche di spirito riconciliativo, diventasse un coro, una richiesta precisa. Non  però disponendo del “partito di Repubblica” e dell’alta voce del Capo dello Stato, com’è stato per il libro di Calabresi, temo che questa piccola proposta non riuscirà a muovere neppure il primo passo.
un saluto
Sergio
PS: circa la morte di Pinelli trovo significativa (dei metodi illegali della polizia) la ricostruzione che ne fa l’ex commissario Achille Serra nel suo libro.
Accettandola per buona, penso che quel tipo di condotta, moralmente se non anche giuridicamente, possa qualificarsi come istigazione al suicidio.
 
 
 
 
Annunci