da Repubblica.It.

Leggete e …. Tremate.

Quella calunnia “timbrata” dal Senato

Caso Telecom. Così un’informazione falsa è finita su Wikipedia. Con un mittente sorprendente

di GIUSEPPE D’AVANZO

L’ESPERIENZA di quanto potesse essere maligna e minacciosa la macchina di dossieraggio e disinformazione, organizzata in Telecom, l’ha avuta anche chi scrive. Piccola e marginale storiellina, ma utile – forse – a comprendere quali siano state le pratiche di quella “piattaforma di spionaggio”, quanto concreta sia stata la convinzione di Giuliano Tavaroli che “se non hai segreti da far valere contro i tuoi nemici, non è un problema: li costruisci”. Utile a capire secondo quali canali, anche inconsapevoli, si muovessero poi i veleni distillati da quell’alambicco.I fatti.
Nella perquisizione nello studio di Guglielmo Sasinini (già vicedirettore di Famiglia Cristiana, consulente di Tavaroli, anch’egli ora indagato) viene trovato un appunto, intitolato “Target”, con il mio nome accanto a quello dell’allora capo della polizia, Gianni De Gennaro.
In uno dei quindici interrogatori, i pubblici ministeri chiedono a Tavaroli: “Perché D’Avanzo?“. Risposta di Tavaroli: “Sasinini diceva che D’Avanzo era retribuito per consulenze da De Gennaro come egli stesso lo era da Masone (il predecessore di De Gennaro)”.
Qui non è importante dire o protestare che quel che dice Sasinini è soltanto una calunnia (è una calunnia). Più interessante è osservare come quella menzogna si muove nel metabolismo politico-mediatico.Nell’ottobre del 2006, finisce nei guai il vicedirettore di Libero, Renato Farina.
Si scopre che lavorava, regolarmente retribuito, per il Sismi (è illegale). Il Corriere della Sera, anche soltanto in via ipotetica, si chiede che cosa si direbbe se si scoprisse che D’Avanzo è retribuito da De Gennaro.Un giorno del novembre 2006, Francesco Cossiga – sempre violentemente critico con le cronache che, con Carlo Bonini, andavo scrivendo sull’intelligence militare di Nicolò Pollari – rivolge un’interpellanza parlamentare al ministro dell’Interno Giuliano Amato. Chiede di sapere – e le agenzie di stampa ne danno conto – se “il dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, diretto dal prefetto De Gennaro, ritenga o meno di proseguire nella corresponsione di denaro ed altre utilità a due ben noti giornalisti…“.Salta su addirittura il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Lorenzo Del Boca, solitamente taciturno, che definisce la faccenda “dal sapore inquietante“.

Aggiunge: “Per la stima che nutro per Cossiga, parlamentare di lungo corso sempre informato sui fatti, mi fa pensare che sia purtroppo corrispondente alla realtà“. Naturalmente passa del tutto inosservato che Giuliano Amato scriva al presidente emerito della Repubblica che “i due noti giornalisti” non hanno nulla a che fare con il ministero dell’Interno né tantomeno vengono retribuiti per consulenze.La frottola attecchisce e finisce scolpita nella voce che mi riguarda su Wikipedia, ritenuta in Internet l’enciclopedia più democratica, perché aperta a tutti i contributi e a tutte le correzioni.
Il 13 agosto del 2007, uno studente d’informatica, Virgil Griffith, crea e lancia un motore di ricerca: Wikiscanner che consente d’identificare gli autori delle modifiche anonime. Leggo la notizia in un corsivo di Marco D’Eramo sul Manifesto: D’Eramo spiega come Apple e Microsoft abbiano tentato di alterarsi reciprocamente le voci,
come la Cia ha “editato” la voce sul presidente iraniano Mahumd Ahmadinejad, mentre computer del Vaticano hanno espunto dalla voce che riguarda Gerry Adams del Sinn Fein il brano in cui si dà conto delle sue impronte digitali trovate su un’auto usata per un duplice omicidio nel 1971.
Chissà quante voci avrà curato Pio Pompa, consulente personale dell’ex direttore del Sismi?“, conclude D’Eramo.
 
Preso dalla curiosità, applico Wikiscanner alla mia wikibiografia e scopro con sorpresa che quella bufala è stata sistemata lì da un computer del Senato della Repubblica italiana.
In modo indelebile perché da un pezzo quella frottola rimbalza da un sito all’altro.E’ una storiellina, ma mostra in controluce un metodo.
Si inventa una storia, la si affida a un circuito della maldicenza, non con “carte” all’esame della magistratura, un giornale ne dà conto, anche se per paradosso.
Un politico la rilancia. Una manina magari istituzionale la consegna al web.
La frittata è fatta.
Viene da chiedersi quanto la minaccia di questo trattamento possa condizionare le scelte, il lavoro, le decisioni dei possibili target di una “piattaforma di spionaggio“, naturalmente per vicende molto più serie di questa.
Nel mondo che conta, dice Tavaroli, “la sicurezza è reputazione“: Anche alla luce di quel che è mi accaduto, penso che sia vero.(24 luglio 2008)
 
 
 
 
 

 

Incontri segreti e voti promessi il pressing dei clan su Dell’Utri

Calabria, 18 arresti hanno decimato i vertici delle cosche Piromalli e Molè
Contro il 41 bis i boss della ‘ndrangheta cercarono di avvicinare anche Mastella

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI

REGGIO CALABRIA – È la trama della ‘ndrangheta che vuole liberarsi dalle catene del 41 bis. Una ragnatela che dalla piana di Gioia Tauro si spande a Roma, si infiltra nei ministeri, raggiunge i bracci delle sezioni speciali delle carceri italiane. Promesse di voti, mosse e contromosse per convincere quei deputati o senatori che “possono fare qualcosa”, ricatti, maneggi per ottenere immunità diplomatiche, spiate di magistrati.

Non si fermano davanti a niente e a nessuno i capi della ‘ndrangheta pur di diventare dei detenuti come tutti gli altri. I personaggi di questo intrigo sono i Piromalli e i Molè, forse i “capibastone” più potenti della Calabria. In una retata che da queste parti ha pochi precedenti per “portata” investigativa – è anche la prima grande operazione firmata dal nuovo procurarore di Reggio Giuseppe Pignatone – la squadra mobile e i ros dei carabinieri hanno decimato con 18 fermi i vertici di due cosche che erano state solo sfiorate dalle investigazioni negli anni passati. Le “famiglie” che soffocano il porto di Gioia Tauro, quelle che come dice uno dei boss catturati “hanno insieme cent’anni di storia”.

Sono loro, i Piromalli soprattutto, che in giro per l’Italia hanno sguinzagliato avvocati e compari e consigliori per agganciare il senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella. Il primo ha ricevuto quei “calabresi” in almeno in due occasioni (alla vigilia delle ultime elezioni politiche), il secondo ha chiuso ogni contatto con loro dopo la prima telefonata. “Maledetto 41 bis, sto tentando di tutto, voglio percorrere una strada segretissima anche al Vaticano”, sibila uno di loro al telefono. E poi dice: “Ho cercato anche con la massoneria, per quanto riguarda eventualmente l’intervento di un giudice molto importante”.

È alla fine dell’anno scorso che i Piromalli decidono di muovere tutte le loro pedine. È il 3 dicembre del 2007 quando dalla Calabria organizzano per Antonio Piromalli e per il suo amico Gioacchino Arcidiaco (entrambi arrestati nella retata di martedì scorso) un incontro con Marcello Dell’Utri. Dal senatore di Forza Italia vogliono procurare una sorta di immunità attraverso il conferimento di una funzione consolare. Una qualsiasi. Vogliono mettere al sicuro Antonio, il rampollo della “famiglia” con un passaporto diplomatico. In cambio offrono voti e si mettono a disposizione per i “circoli” del senatore nel territorio di Gioia Tauro. Prima di contattare Dell’Utri Arcidiaco chiede ad Aldo Micciché, un ex dc della Piana riparato in Venezuela per sfuggire a grossi guai giudiziari in Italia: “Come mi devo proporre a lui?”.
Gli risponde Micciché da Caracas: “La Piana è cosa nostra facci capisciri (fagli capire, ndr), il porto di Gioia Tauro l’abbiamo fatto noi. Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi”. E ancora: “Ricordati che la politica si deve saper fare. Ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro, ha bisogno di noi. Hai capito il discorso? E quando dico noi, intendo dire Gioacchino e Antonio (Piromalli, ndr), mi sono spiegato? Spiegagli chi siamo, che cosa rappresentiamo per la Calabria… io gli ho già detto tante cose”. Gli ribatte l’altro: “Gli dico: ho avuto autorizzazione di dire che possiamo garantire per Calabria e Sicilia”.

Dopo un primo incontro il 3 dicembre a Milano fra Gioacchino Arcidiaco e Marcello Dell’Utri (c’è con loro l’avvocato di Genova Francesco Lima), ce n’è un secondo a Roma tre giorni prima delle elezioni politiche del 13 aprile. L’inchiesta sta ancora scavando fra i retroscena di quei faccia a faccia, il senatore Dell’Utri sarà ascoltato come testimone.

Gli emissari della ‘ndrangheta si sono mossi anche su altri fronti per provare ad avere uno “sconto” sul carcere duro. Contattano una persona – “un mio compare”, dice Micciché – vicina al senatore Emilio Colombo, vengono costantemente informati che molti dei loro telefoni sono intercettati – “c’è tutta la rete sotto controllo” – , fanno cenno “a un amico a Palazzo dei Marescialli”, ricevono soffiate da due famosi magistrati in pensione di Reggio. Incontrano. Parlano.
Garantiscono.

È sempre Aldo Micciché che informa i Piromalli. Una volta racconta che il deputato dell’Udc Mario Tassone si sarebbe “messo a vostra completissima disposizione” e “che tira aria di elezioni e diventerà il segretario del partito al posto di Lorenzo Cesa”, un’altra volta ricorda che anche “il consigliere regionale Gianni Nucera li aspetta a braccia aperte per tutto quello che avete bisogno”. Poi si agita per Veltroni che in comizio ha detto di non volere i voti di mafia: “Avete capito il discorso? Quelli hanno respinto ogni forma, ogni cosa”.

Il vecchio Giuseppe Piromalli nonostante le tante “amicizie” è però sempre in una cella, isolato nel carcere di Tolmezzo. È a quel punto che Aldo Micciché tenta di “avvicinare” il Guardasigilli Mastella. Il ministro riceve una telefonata sul suo radiomobile il 7 dicembre 2007, in un primo momento non risponde a quel numero sconosciuto ma poi richiama. Sente una voce, quella di Micciché: “Clemente mio, meno male. sto cercando di fare il possibile per aiutarti. Vediamo se recuperiamo sul Lazio e su Roma. ti mando Francesco Tunzi, già hai conosciuto anche altri amici. Noi e nostri”. Appena riconosce l’interlocutore che accenna a possibili aiuti elettorali, il ministro interrompe la comunicazione. Ma i boss della già da mesi si aggiravano intorno al ministero della Giustizia.

Cercavano un varco. È sempre la condizione carceraria di Giuseppe Piromalli a impensierirli. Riferiscono al figlio Antonio: “Tuo padre è esasperato, e lo diventa ancora di più quando gli vengono toccate le cose di cui necessita di più, cioè la corrispondenza… gli stanno controllando pure i peli”.

È ancora Aldo Micciché che comunica al figlio del boss: “Sia Antonella Pulo, sia la Zerbetto e sia Francesco Borromeo mi hanno fatto capire che tenteranno di fare quello che. sottobanco devono farlo, perché tu sai che c’è stato un irrigidimento dopo gli avvenimenti che tu sai”. La prima – Antonella Appulo – è stata identificata come un’esponente del movimento giovanile dell’Udeur. La seconda – Adriana Zerbetto – era la segretaria del ministro della Giustizia. Il terzo – Francesco Borgomeo – era a capo della sua segreteria. Millanterie dell’uomo di Caracas? È un altro dei filoni investigativi ancora in corso di approfondimento.

Comunque è lo stesso Micciché che urla un giorno al telefono: “Sto cazzo di ministro non si può muovere in nessun modo. Devo fare un’altra strada perché è già quasi arrivato il giorno. Sennò siamo fottuti”. Il giorno che avrebbero dovuto confermare il 41 bis a Giuseppe Piromalli. I boss parlano a ruota libero, tranquilli, forti del loro “servizio informativo” È Arcidiaco che per una volta avverte Aldo Micciché: “Praticamente ieri ci hanno chiamato e ci hanno detto che due settimane fa hanno tappezzato la macchina di mio cugino Antonio dell’ira di Dio”.

Pensano di poter dire tutto su altri telefoni, si sentono “protetti”. Aldo Micciché si lascia sfuggire: “Ho ricevuto una telefonata da Reggio da persone che nemmeno ti immagini, molto, molto in alto. Dobbiamo stare molto attenti. Lo sai chi è Peppe T. o Peppe V., sai chi sono questi, sono gente legata a mani piedi culo e poi c’è l’altro personaggio importantissimo”. Tutti magistrati. Amici di altri magistrati. Amici dei boss della ‘ndrangheta.

(24 luglio 2008)

 
 
 
 
 
 
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