Da Corriere.It
 
DOPO GLI ATTACCHI ALL’INFORMAZIONE
Due o tre cose su premier e stampa
di  Ernesto Galli della Loggia
Se c’era bisogno di una prova dell’incapacità del presidente del Consiglio di gestire i conflitti, anche di natura personale, in cui si trova coinvolto egli l’ha data con la querela ai giornali nei giorni scorsi. Gestire i conflitti, intendo, nell’unico modo in cui un uomo politico può e deve farlo: vale a dire politicamente. L’espressione «gestire politicamente» può significare tante cose: dal cercare di venire in qualche modo a patti con l’avversario, al pagare il prezzo che c’è da pagare, al rilanciare su altri piani con una forte iniziativa che imponga all’agenda politica di girare decisamente pagina, fi­no al fare finta di nulla. E invece, di fronte agli attacchi personali che gli stan­no piovendo addosso da mesi, Berlusconi non ha fatto niente di tutto ciò. Anzi, con la querela alla Repubblica e all ’Unità ha aggiunto benzina al fuoco della polemica.
 
Perché? Perché egli non capisce l’importanza della suddetta gestione politica e/o non sa metterla in opera, si può rispondere. 
Forse però c’è una ragione più semplice (e in certo senso più so­stanziale): perché non è nel suo carattere, e Berlusconi sa bene che è pro­prio nel suo carattere, nel suo spontaneo modo di muoversi, di parlare, di re­agire, che sta la ragione principale del suo successo come politico outsider. Un temperamento leggero e insieme pugnacissimo; e poi ottimista, sicuro e innamorato di sé come pochi e naturalmente disposto all’improntitudine guascona, all’iniziativa audace e fuori del consueto: questo è l’uomo Berlusconi, e questa ne è l’immagine che ha conquistato lo straordinario consenso elettorale che sappiamo. Perché mai un uomo così dovrebbe preoccuparsi di trovare una soluzione politica ai conflitti che riguardano la sua persona? Che poi della sua aggressiva indifferenza possano scapitarci le istituzioni non è cosa che possa fargli cambiare idea.
Se una cosa è certa, infatti, è che il presidente del Consiglio non è quello che si dice «un uomo delle istituzioni ». È l’opposto, semmai: un uomo pubblico a suo modo «totus politicus», l’uomo della politica democratica ridotta al suo dato più elementare, quello del risultato delle urne.
Ma c’è un altro aspetto della questione da considerare, ed è che per gestire, e possibilmente chiudere, politicamente i conflitti è essenziale una condizione: bisogna che il conflitto possa concludersi alla fine con un compromesso.
 
Non pare proprio però che sia tale, che sia un conflitto «compromissibile», quello in cui è coinvolto da settimane Silvio Berlusconi. Un conflitto che è partito dall’accertamento di alcuni aspetti indubbiamente libertini della sua vita privata – a proposito dei quali vogliamo ricordare che il Corriere è stato il primo a dare notizia dell’inchiesta di Bari nonché delle gesta dell’ormai purtroppo famosa Patrizia D’Addario – ma che tuttavia è subito diventato motivo per decretare l’incompatibilità dello stesso Berlusconi rispetto al suo ruolo di presidente del Consiglio. Dubiti che di questo si tratti, ricordi come suonano testualmente alcune delle famose domande che hanno condotto alla querela contro il giornale che le ha pubblicate: «Lei ritiene di poter adempiere alle funzioni di presidente del Consiglio?», e ancora: «Quali sono le sue condizioni di salute?».
Mi chiedo quale risposta sensata, anche volendo, si possa dare a domande del genere, le quali, come ognuno capisce, già in sé contengono l’unica possibile da parte dell’interessato («lo ritengo eccome», «sono sano come un pesce»). E le quali do­mande, dunque, non hanno valore se non come puro strumento retorico: per affermare in modo indiretto, ma precisissimo, che Berlusconi, a motivo del suo stile di vita, non sarebbe adatto a fare il capo del governo.
 
Il che ci porta al punto più delicato: il rapporto tra la stampa e il potere, sul quale a proposito del caso Avvenire hanno già scritto ottimamente su queste colonne sia Massimo Franco che Sergio Romano.
Personalmente sono convinto che la legge debba essere di manica larghissima nel consentire alla stampa un’amplissima libertà di critica nei confronti degli uomini politici, anche ai limiti della calunnia, come accade per esempio negli Stati Uniti dove, per non incorrere nei rigori della legge, basta che anche chi scrive il falso non ne sia però espressamente consapevole.
Da questo punto di vista, dunque, l’iniziativa del presidente del Consiglio, accompagnata per giunta dalla richiesta di un risarcimento astronomico, è sbagliata e riprovevole: essa ha di fatto un innegabile contenuto di intimidazione censoria verso i giornali presi di mira.
Con la stessa sicurezza, però, si può dubitare fortemente che rientri tra i compiti della libera stampa l’organizzazione di interminabili, feroci campagne giornalistiche, non già per invocare – come sarebbe sacrosanto – che i reati eventualmente commessi dal presi­dente del Consiglio siano perseguiti (dal momento che nel suo libertinismo di reati non sembra esservi almeno finora traccia), ma per chiedere di fatto le sue dimissioni, adducendo che egli sarebbe comunque, per il suo stile di vita, «inadatto» a ricoprire la carica che ricopre.
In una democrazia, fino a prova contraria, decidere se qualunque persona è adatta o inadatta a guidare il governo, non è compito dei giornali: è compito degli elettori e soltanto degli elettori.
Anche se la loro decisione può non piacere.
07 settembre 2009
 
===============================================================================================
Da Repubblica.It
Uno scandalo politico
di GIUSEPPE D’AVANZO
 
La conversazione di Noemi Letizia con Sky risulterà molesta a Berlusconi, per almeno tre ragioni.
Riaccende l’interesse pubblico intorno alla relazione della ragazza napoletana (18 anni) con il capo del governo (73 anni, il 29 settembre) e la strategia del premier non lo consente, ora che il piano di battaglia per l’autunno prevede non più una difesa improvvisata giorno per giorno – spesso catastrofica – ma una controffensiva mediatica e la cinica, brutale aggressione dei “nemici”.
 
La ragazza, caduta l’attenzione per la politica, si dice pronta per cominciare la sua carriera nel mondo dello spettacolo e sembra rivolgersi all'”amico di famiglia” perché attende oggi che le promesse del passato diventino realtà. Non chiede più un seggio in Parlamento, ma la concretezza di un contratto televisivo, di un ingaggio cinematografico. Soprattutto, Noemi aggiunge la sua risposta alla domanda di quando suo padre Elio e “Silvio” si sono conosciuti: a contraddizione così si aggiunge contraddizione.
 
La ragazza ricorda “Silvio” nella sua vita da sempre, da quando ha memoria (quanti anni ha, tre, cinque, sette anni?). I suoi ricordi contraddicono la ricostruzione di Elio e le parole del capo del governo, che, come si sa, ne ha dette troppe.
[Elio] era l’autista di Bettino Craxi” (Ansa, 30 aprile).
Elio è un mio amico da tanti anni, con lui ho discusso delle candidature europee” (Porta a Porta, 5 maggio).
Conosco i genitori, punto e basta. Ho incontrato la ragazza tre o quattro volte e sempre alla presenza dei genitori” (France 2, 6 maggio).
Dal suo canto, come si ricorderà, Elio Letizia sostiene che la “vera conoscenza [con Silvio] ci fu nel 2001.
(…) A metà dicembre io e mia moglie andammo a Roma per acquisti e, passando per il centro storico, pensai che fosse la volta buona per presentare a Berlusconi mia moglie e mia figlia” (il Mattino, 25 maggio).
 
Dunque: il capo del governo “per la prima volta vide Noemi” nel dicembre del 2001 e Noemi ha dieci anni.
Il ricordo di Elio Letizia non coincide con un altro, improvviso ricordo di Silvio Berlusconi: in quello stesso 25 maggio, la memoria del capo del governo disegna un’altra scena decisamente differente da quella che ha in mente Elio Letizia.
La prima volta che ho visto questa ragazza è stato a una sfilata“, dice il premier (Corriere, 25 maggio).
Quindi, in un luogo pubblico e non nei suoi appartamenti pubblici o privati e non nel 2001, come dice Elio, ma più avanti nel tempo perché Noemi avrebbe avuto l’età adatta per “sfilare” (quattordici, quindici, sedici anni, 2005, 2006, 2007).
Sono tutte versioni che non coincidono con quella che oggi offre la ragazza che, pur senza dar date, colloca prima del 2001 (da sempre, da quando ho memoria) la conoscenza con il leader.
 
Ogni volta che salta fuori questa storia di Noemi, Berlusconi appare “un baro preso con l’asso nella manica” (Giuliano Ferrara, Panorama, 4 settembre), e tuttavia ancora oggi bisogna chiedersi se l’amicizia con una minorenne del maturo capo del governo sia soltanto un fatto privato o anche una questione pubblica.
Chiedere conto al premier di quella relazione è un’intrusione nella sua privacy o, come hanno spiegato qui Zagrebelsky, Rodotà e Galli, interpella l’etica pubblica perché non è irrilevante se lo stile di vita di chi governa contraddice i valori sociali e politici che pubblicamente proclama e impone agli altri?
Si tratta di “moralismo”, o in democrazia i cittadini hanno diritto di conoscere chi sono i propri rappresentanti sotto tutti i profili, perché è stato chi governa a chiedere il voto e a instaurare con gli elettori un rapporto di fiducia?
L’ostinazione a venire a capo di queste questioni – non trascurabili per un ordinato vivere civile – può essere definita “un’ossessione” o addirittura uno sbirciare dal “buco della serratura”?
 
Franco Cordero ripete spesso che in Italia “le memorie deperiscono e i fatti fluttuano” e questa storia non fa eccezione e pare utile fermare qualche fatto per evitare che la memoria inganni e si autoinganni.
L’intero affare è stato sollevato in campo politico, da un’intelligenza politica, per ragioni politiche: “Può la nuova classe dirigente del Paese essere selezionata negli studi televisivi?“, si chiede – prima delle elezioni europee – la fondazione farefuturo, presieduta da Gianfranco Fini; ed ancora “Assistiamo a una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto da fare“.
Il tema appare caro anche alla moglie del premier che, pubblicamente, denuncia il “ciarpame del potere”, paccottiglia politica (politica, non familiare né sentimentale): “Quello che emerge oggi, attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte le donne. Qualcuno ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell’imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore“. (Ansa, 28 aprile, 22,31).
 
Soltanto chi vuol essere cieco non vede.
All’inizio di questa storia c’è una questione schiettamente politica: come seleziona la destra riformista le nuove classi dirigenti?
E’ assennato e conveniente per il futuro del Paese che il leader di una voluminosa maggioranza lo faccia nei backstage delle sue tv o durante le feste a Palazzo o in Villa?
Possono essere affidate responsabilità pubbliche o rappresentanza parlamentare a giovani fanciulle che hanno il solo merito di essere le “favorite” dell'”imperatore”?
 
Da qui ha inizio lo scandalo che ancora oggi travolge Berlusconi: l’apparizione di Noemi Letizia lo sintetizza tutto e lo aggrava.
E’ la stessa ragazza a dire, il 28 maggio, che in futuro si dedicherà alla politica o allo spettacolo: “Lo deciderà Papi”, come “con dolcezza” chiama Silvio.
Politica o spettacolo, nelle parole sincere della ragazza, sono la stessa cosa: non si sbaglia, ed è quel che contesta farefuturo e segnala Veronica Lario che denuncia: “Mio marito frequenta minorenni e non sta bene, come ho già detto ai suoi amici“.
Anche se molti oggi lo dimenticano, in buona o mala fede non importa, è stato proprio Berlusconi a mostrarsi consapevole che necessità etiche e politiche gli imponevano trasparenza; un pubblico rendiconto delle sue relazioni e del suo modo di governare; il documentato rifiuto delle censure della moglie e dell’accusa di avere condotte private disordinate e riprovevoli. Per queste ragioni, si presenta nel salotto bianco di Bruno Vespa – non proprio “il buco della serratura”, ma l’agorà dell’infelice Italia televisiva – per dire: “Chi è incaricato di una funzione pubblica deve chiarire” (Porta a Porta, 5 maggio).
 
Intenzione apprezzabile, addirittura saggia …. purtroppo insincera.

Non può essere “un’ossessione prendere Berlusconi sul serio e chiedergliene conto oggi (e ancora) se quelle sue spiegazioni sono risultate tutte farlocche, dalle candidature delle “veline” alla sua frequentazione di minorenni.
Non può essere “moralismotenere il filo di un “primato della menzogna” che oggi appare il più autentico paradigma del potere berlusconiano, utile a confondere l’opinione pubblica e, da sette giorni, il venefico carburante per alimentare una “macchina della calunnia” lanciata, forte di un maestoso conflitto di interessi, contro i suoi avversari, veri o presunti che siano.
 
Noemi che si riaffaccia alla scena pubblica, chiedendo all'”amico di famiglia” il sostegno che gli ha promesso, ripropone il carattere politico di uno scandalo che mai è stato privato.
Non è né “un’ossessione” né un pettegolezzo, ma il ragionevole discorso pubblico di una decente democrazia occidentale.
(7 settembre 2009)

=========================================================================================

Da  Repubblica.It

Il nuovo partito mediale di massa
di ILVO DIAMANTI
 
NELL’ERA della mediocrazia avanza un soggetto politico nuovo, anche se ha sembianze note e sembra quasi antico, visto che – nella versione originaria – è sorto insieme alla prima Repubblica.
Eppure è cambiato profondamente, negli ultimi anni ed in modo tanto rapido che neppure ce ne siamo accorti: lo chiameremo Partito Mediale di Massa (PMM).
E’entrambe le cose: allo stesso tempo mediale e di massa e senza soluzione di continuità.
 
Non ci troviamo di fronte a un modello, a un caso “esemplare”, perché non è riproducibile né tanto meno ripetibile, anche se l’intreccio fra media e politica è divenuto stretto e quasi inestricabile dovunque.
Nei partiti la comunicazione ha preso il posto della partecipazione, il marketing quello delle ideologie, mentre le persone hanno rimpiazzato gli apparati. Così nel dibattito politico il privato è divenuto pubblico e viceversa.
 
È una tendenza non solo italiana, ma che in Italia ha assunto modalità del tutto inedite, determinate, ovviamente, dalla posizione dominante di Silvio Berlusconi, il premier di un paese ormai presidenzializzato, dove il potere presidenziale è largamente riassunto dal premier (mentre il Presidente svolge funzioni di garante), leader unico e indiscusso del partito più forte (dal punto di vista elettorale e in Parlamento) e imprenditore e proprietario del più importante gruppo mediatico (da punto divista privato).
 
Nessuna novità in tutto questo: Silvio Berlusconi, infatti, ha inventato 15 anni fa questo ibrido di successo, ovvero un partito che miscela i linguaggi e l’organizzazione del mondo calcistico (gli azzurri, i club, lo stesso marchio: Forza Italia!) con la pubblicità e la televisione. Così è divenuto difficile distinguere le passioni politiche da quelle televisive. E viceversa.
Indagini condotte alcuni anni fa (da ultimo: Demos per la Repubblica, 2007) mostrano lo stretto rapporto di fiducia che legava gli elettori di centrodestra alle reti, ai programmi e ai conduttori di Mediaset, e, parallelamente, l’alto grado di credibilità riconosciuto dagli elettori di centrosinistra ai telegiornali, ai tele-giornalisti e alle reti Rai, anche se la realtà non sopporta divisioni tanto schematiche, visto che l’informazione del Tg5 di Mentana – forse – non era orientata più a destra rispetto a quella del Tg1 di Mimun.
 
È, dunque, difficile distinguere fra politica, interessi e media quando si osserva Forza Italia, ed è impossibile, quando si osserva Berlusconi, distinguere le scelte – e gli interessi – del leader politico da quelle dell’imprenditore.
Argomenti noti, da tempo.
La novità degli ultimi anni è che il partito è divenuto, progressivamente, un “sistema”.
Forza Italia è divenuta Pdl, associando – o meglio: assorbendo – anche An, per cui ha assunto la “misura” elettorale dei partiti di massa di un tempo. Anche l’impianto del voto sul territorio riproduce quello dei partiti di governo degli anni Ottanta, al declino della prima Repubblica. A differenza di allora, però, oggi l’ideologia, la cultura, l’organizzazione fanno tutt’uno con i media, attraverso i quali il PMM offre alla società – trasformata in pubblico – linguaggio, modelli di valore, stili di vita. Una lettura della realtà.
Anche perché – altra importante differenza dal passato recente – le distinzioni fra i network televisivi nazionali, ormai, si sono quasi dissolte.
Dopo le elezioni del 2008, l’influenza dei partiti di governo – quindi del premier – sulla Rai è cresciuta: il vero bipolarismo mediatico (come ha scritto Aldo Grasso) oggi oppone Mediaset e Sky, e la Rai sta con Mediaset, per cui possiamo parlare di MediaRai (marchio più adeguato di Raiset, visto il ruolo subalterno della Rai).
 
Il PMM costruito da Berlusconi si avvale anche dei giornali.
Il linguaggio e gli argomenti politici della destra, negli ultimi anni, sono stati imposti soprattutto da Libero e da Vittorio Feltri, il quale è tornato, da poco, a dirigere il Giornale, e non a caso, perché il campo di battaglia dove si stanno svolgendo i conflitti politici più aspri e violenti coincide con il sistema dei media ed investe la scelta dei dirigenti, dei direttori e vicedirettori dei Tiggì e delle reti Rai.
Senza dimenticare che i direttori dei maggiori quotidiani nazionali sono cambiati quasi tutti, nell’ultimo anno.
 
D’altra parte, la costruzione della realtà sociale passa tutta dai media, con la paura e la sicurezza agitate a tele-comando, mentre i lavoratori licenziati, per conquistare visibilità, hanno una sola chance: realizzare azioni clamorose per andare in televisione.
Mentre i terremoti e i rifiuti che sconvolgono il territorio diventano occasioni importanti per suscitare consenso o dissenso politico.
L’informazione critica diventa, per questo, assai più pericolosa di qualsiasi partito e quindi anche la riserva indiana della terza Rete Rai crea insofferenza, mentre il direttore di Avvenire diventa un bersaglio esemplare per comunicare al mondo (politico, mediatico, religioso) che nessuno può gettare ombre – seppure lievi – sul consenso e sulla credibilità sociale del PMM e del suo leader.
Nessuno è al sicuro, neppure il direttore dei media della Cei. Figurarsi gli altri.
 
I tradizionali modelli del giornale di partito e del giornale-partito, che sentiamo evocare spesso – anche in questi giorni, con riferimento a Repubblica – appaiono semplicemente anacronistici: i giornali che appartengono ai partiti, oppure, al contrario, la stampa d’opinione che esercita pressione su di essi, per indirizzarne le scelte sono fuori tempo e comunque, non possono competere perché hanno un pubblico molto limitato rispetto alle tivù e senza le tivù a rilanciarli, i loro argomenti restano confinati al pubblico dei lettori fedeli.
 
Il PMM, invece, è un sistema integrato. Al tempo stesso: partito, istituzione rappresentativa, impresa, giornale, tivù, media, senza soluzione di continuità.
Una sola, unica persona al comando, di questa democrazia personalizzata, di questo paese personale.
 
(7 settembre 2009)
 
=============================================================================================
 
Da Repubblica.it
Negozi chiusi, saloni vuoti, pochi clienti negli hotel. L’aeroporto lombardo lotta per la sopravvivenza … aspettando Lufthansa
Viaggio nel deserto di Malpensa: “Così si spegne un aeroporto
Lo scalo padano non si arrende: un albergo in costruzione e la futura terza pista sono i simboli della speranza
dal nostro inviato PIERO COLAPRICO
 
MALPENSA (VARESE) – Se una mattina di fine estate un viaggiatore di media cultura capita alla Malpensa, e si ricorda di com’era sino a due anni fa, può pensare a due libri: Dissipatio H. G., di Guido Morselli, e il Deserto dei tartari, di Dino Buzzati.
Il primo libro parla di un uomo che si sveglia solo al mondo: intorno a lui non c’è più il genere umano, ma “relitti fonico-visivi”.
Il secondo è l’eterna attesa di un impegno, nel fronteggiare un nemico, che forse non arriverà mai, forse chissà.
 
Da una signora alta, vestita di nero, negozio agli Arrivi, piove una frase che vale una sintesi della vita agra di quest’aeroporto: “Siamo passati in un amen dagli uomini d’affari ai turisti per caso“. Il che significa calo degli incassi, dell’educazione media, del piacere di vendere: “Una volta” – spiega – “vedevi entrare in negozio quelle persone danarose, da prima classe, internazionali, ora entrano queste famiglie delle vacanze tutto compreso, sono proprio cambiate le facce della gente“.
 
Davanti alle grandissime finestre rettangolari, che si affacciano luminose sulle piste e sulle Prealpi, camminano poche persone: qualche coppia, un gruppo di anziani. Per gli abiti, per il tipo di valigie, persino per le pettinature sembra, in effetti, più un pubblico da stazione Centrale che da un aeroporto internazionale, com’era e come resta Malpensa.
Al piano superiore, zona check-in, davanti all’insegna verde e rossa del “Panino giusto”, marchio famoso nella Milano da bere anni Ottanta, altra conferma della “dissipazione” umana: “Un po’ di movimento c’è venerdì e sabato, con i charter. Nel resto della settimana a volte non passa anima per ore. Abbiamo avuto, rispetto a tre anni fa, e io c’ero – dice la ragazza in divisa, finendo di spillare una birra – un calo direi del sessanta per cento“.
Nella cartolibreria ex Marcos y Marcos una precisa lettura del fenomeno viene fatta dalla signora Lucia attraverso le riviste che vende: “Noi” – racconta – “siamo sotto del quaranta per cento rispetto all’anno scorso ma il senso della trasformazione sta in questo. Una volta vendevamo non poche riviste di nautica, e quelle le compra la gente che ha una barca, o vuole avere una barca, in ogni modo persone danarose. Bene, di queste non se ne vendono più. Zero. E invece vendono di più le riviste di gossip. E poi, l’unico dato sempre in crescita sono i “Gratta e vinci”. Così – conclude Lucia – ci siamo attrezzati, cambiando un po’ la merceologia del negozio, lucchettini, pennine… “.
 
Da quando Malpensa non è più “hub”, e cioè un centro di raccolta passeggeri, come Parigi, Londra o Francoforte, e da quando Alitalia è passata da oltre 1200 voli a settimana al misero dieci per cento del traffico totale, con cinquanta movimenti al giorno, lo sconforto, la stanchezza, la sfiducia per il “torto subito” crescono.
I conti si fanno in fretta: nel luglio 2007 c’erano stati 309 mila passeggeri nei voli nazionali, e oltre due milioni degli internazionali, frequentati da top manager; nel 2009 sono 96mila quelli dei nazionali, e un milione e 600mila agli internazionali, quasi tutti charter.
Se fosse un ristorante, avrebbe chiuso.
I segni si vedono.
Della “Casa di Topolino” restano i poster incollati sul pavimento; chiuso il negozio che vendeva le magliette delle squadre italiane; non più orario continuato in moltissimi negozi di moda, dove le commesse, truccate come dive dei serial, passano ore senza vedere un cliente. Stessa “rella”, come si dice da queste parti, nella Farmacia, dove il calo dei farmaci corrisponde ovviamente al calo dei passeggeri.
Eppure, si resiste al “nemico”, e quasi si lotta: “Tutti i dipendenti hanno accettato di fare quattro giorni di cassa integrazione al mese, sì, tutti quanti, per non far pesare questa crisi per esempio nel nostro settore”, dice C., del reparto bagagli, “dove andavamo benissimo. Erano stati spesi 60 o 70 milioni di euro per far girare meglio i bagagli dei voli in transito, con tanto di microchip sotto ogni carrello, e ora voli in transito non ce ne sono praticamente più“, racconta.
Chi passa nell'”Area transiti” del Terminal 1, un tempo affollatissima tra salite e discese, resta impressionato dalla sua ambivalenza: c’è un gran silenzio ed i tabelloni raccontano voli internazionali rarefatti. I pavimenti, vasti come quelli di una cattedrale quando non c’è messa, luccicano e non si sentono tacchi.
 
Però ecco spuntare nel deserto anche un ala nuova: sta crescendo in previsione di un “terzo satellite”, cioè di una terza pista.
Indispensabile sino a quando Malpensa era hub, ma ora?
L’idea non è stata mollata: “Abbiamo presentato ad Enac il piano di sviluppo ormai sei mesi fa e, appena avremo ricevuto tutte le autorizzazioni, dobbiamo indire una gara per i lavori di costruzione della terza pista“, tuona Giuseppe Bonomi, il presidente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi.
 
“Che differenza c’è tra uno della Brianza e una mosca? Nessuna, tutti e due s’attaccano ai vetri”, dice un proverbio: questo spirito lombardo sembra dunque procedere.
Davanti all’aeroporto, enorme, al posto del parcheggione multipiano, sta spuntando uno Sheraton. Il progetto dell’albergo ricorda i tasti di un pianoforte, con rettangoli larghi, bassi, dalle linee eleganti: “Sembravano aver smobilitato, gli operai sono stati fermi un po’, ma da due settimane abbiamo visto tornare a lavorare ben tre squadre”, raccontano i negozianti.
Un’altra mano è arrivata da Easy-Jet, la compagnia aerea che al Terminal 2 ha sistemato moltissimi dei suoi voli a basso costo e arriverà presto a “posizionare” qui il suo sedicesimo aereo.
 
Per tutto questo, Malpensa ha appena tirato un sospiro di sollievo: a luglio è rimasto sostanzialmente stabile rispetto all’anno scorso. Sembra piccola cosa, invece il presidente Bonomi ci decifra un pezzo di futuro: “Dall’anno zero, che io fisso nel marzo 2008, la Sea, a differenza di altri casi noti a livello europeo, continua a crescere sia come volume di traffico che come passeggeri“.
 
Nessuno di quelli che contano ama però dire, intorno a Malpensa, una verità oggettiva (e non politica): questo aeroporto era stato voluto dai politici del Nord, Lega e Roberto Formigoni in testa, come dimostrazione di imperio, senza badare troppo alla logica industriale ma a quella clientelare sì, con posti di lavoro, indotto, assunzioni, e si vociferava persino di un compratore in caso di privatizzazione.
 
Nelle campagne lombarde però le “Malpensaa”, e cioè “malpensate” (si chiamava così quella di Pontevico del bresciano, dove emerse il primo caso di “mucca pazza”), sono le cascine che hanno qualche cosa che non va, dall’orientamento solare alla distanza dall’acqua, ed il grande aeroporto internazionale non si è sottratto a questo destino.
Non è mai stato “comodo”: è lontano da Milano, e ci si arriva dopo una quarantina di chilometri di tangenziali e di un’autostrada gonfia d’auto e Tir; i taxi costano 85 euro, il doppio di Roma; le Ferrovie Nord hanno corse minime, due all’ora, e la sera i treni si dissolvono.
Gli stessi politici che l’hanno voluto ieri, sembrano incerti oggi: quando il governo ha “salvato” (si fa per dire) Alitalia, affidandola alla Cai, la Cai non sapeva che farsene di questa Malpensa, ed ha trasferito quasi tutto a Roma-Fiumicino.
Se c’è stato chi, come l’ex ministro Roberto Castelli, aveva minacciato “una Lega pronta a tutto per difendere Malpensa, anche geometrie variabili in Parlamento”, in realtà la politica del centrodestra si è allineata ai desideri del premier Silvio Berlusconi.
Molte speranze sono riposte adesso nei tedeschi di Lufthansa, la compagnia che dal gennaio all’agosto di quest’anno ha avuto un incremento del 104 per cento, e che dal febbraio di quest’anno a oggi ha trasportato quasi 600mila passeggeri, e che – per di più – ha già programmato per il 2010 nuovi voli intercontinentali tra Malpensa e varie capitali, con la speranza di far riqualificare come hub lo scalo.
“Lo stivale è sempre di moda”, dice la sua pubblicità che campeggia anche in un incrocio” al piano “meno uno”, dove convergono i viaggiatori arrivati dai parcheggi, dai bus e dai treni. Un luogo che sembra studiato per incrementare l’amicizia tra sconosciuti e l’inglese, visto è tutto un domandarsi: “Per gli Arrivi?”, “E le Partenze?”.
I troppi lavori in corso hanno fatto scordare di piazzare qualche cartello: e i nuovi viaggiatori, meno internazionali, in ciabatte e short, si scrutano e si perdono; chissà però, forse già nel 2010, se davvero gli organizzati tedeschi isseranno la loro bandiera sull’aeroporto padano…
 
 
(7 settembre 2009)
Annunci