di Andrea Orlando
da www.ilriformista.it

È bastato menzionare la socialdemocrazia, che non è un monolite piantato nel secolo scorso, per scatenare un putiferio.
Dietro però tanta ostilità, c’è anche una malcelata indignazione per la dimensione popolare della politica.

La parola dello scandalo è socialismo.
È bastato menzionarla in un retroscena, per altro immediatamente smentito, per dare il là a una discussione non fatta certo di mezzi toni, ed in cui anche quando i chiarimenti hanno precisato che nessuno ha la velleitaria intenzione di rifondare la socialdemocrazia o di fare del Pd la sezione italiana del Pse, in molti hanno fatto finta di non capire. C’è stato chi ha evocato scissioni, chi ha richiamato la prospettiva di un suicidio politico per il Pd e chi ha, tanto per cambiare, scodellato la dialettica tra vecchio e nuovo.
Per puntellare queste rimostranze, si è sfoderato un armamentario di macchiette, luoghi comuni e pregiudizi da togliere di mezzo.
Toglierli di mezzo è però il presupposto per affrontare la radice del fastidio, del quale non credo sia inutile occuparsi.
Per il futuro del Pd.

La prima macchietta è legata alla contingenza e parte dal presupposto che chi rivendica l’esigenza di un rapporto più intenso con la famiglia socialista europea e con la sua cultura lo farebbe in ragione di una malcelata ostilità nei confronti del governo Monti.
Curioso: per molti anni nella sinistra italiana il termine socialista o socialdemocratico è stato usato come sinonimo di poltronista, traditore e opportunista, o quantomeno di pavido e rinunciatario. Ora, da molti, che pure (e forse non a caso) provengono da quella tradizione, il termine è oggi utilizzato, al contrario, per indicare un pericoloso estremista o, come minimo, un nostalgico di altre stagioni e comunque come un cripto avversario dell’esecutivo in carica.
Chi usa questo espediente scorda che quasi tutti i partiti socialisti europei hanno fatto parte di governi di grande coalizione e di interesse nazionale e che anzi proprio la partecipazione ad essi è stato uno dei tratti caratterizzanti della socialdemocrazia e una delle ragioni della sua rottura con altre componenti del movimento operaio.
I socialisti non hanno mai rifiutato di anteporre l’interesse dei loro paesi alla coerenza ideologica.
La Grande Coalizione per antonomasia si realizza in Germania, quando, nel 1966, viene formato un governo composto da Spd e Cdu che dura sino al 1969, e rappresenta una tappa fondamentale nel percorso dei socialdemocratici verso la conquista del governo e per il consolidamento della democrazia tedesca.
Lo stesso è avvenuto più recentemente, dopo le elezioni del 2005; malgrado esistesse nel centro-sinistra, la possibilità teorica di formare un governo sostenuto da Spd, Verdi e Partito della Sinistra. La Germania poi non è l’unico paese in cui i socialisti si siano misurati con la sfida del governo di coalizione assieme ai rivali moderati: è avvenuto nel Regno Unito, in Israele, in Austria, in Portogallo, nei Paesi Bassi, in Polonia, Bulgaria, Islanda.

Un’altra banalità ricorrente riguarda il fatto che guardare al socialismo europeo significherebbe di per sé spostare “l’asse del Pd a sinistra.
Le forze socialdemocratiche in Europa hanno contribuito negli anni della guerra fredda a definire la politica atlantica e alla sconfitta del comunismo reale, basti pensare all’europeismo di leader come Helmut Schmidt e Francois Mitterrand, e al loro importante contributo alla difesa dell’area atlantica, anche con il sostegno all’installazione degli Euromissili. Come ho già ricordato, i socialdemocratici hanno non di rado rinunciato ad alleanze con partiti collocati alla loro sinistra e sono stati relativamente immuni da forme di movimentismo e di populismo di sinistra. La loro è una storia che nasce e si sviluppa nell’occidente e segna profondamente quella che chiamiamo civiltà occidentale, pur essendo in grado di leggere le contraddizioni e conseguire consensi in altri continenti.

Sulla falsariga del precedente c’è l’argomento secondo il quale le forze del socialismo sono bastioni della conservazione sui temi del welfare e del lavoro.
Anche in questo caso si ignora, e forse volutamente, che proprio molte di quelle forze sono state le promotrici dei processi di riforma che oggi vengono prese a riferimento anche nel dibattito italiano.
La flexisecurity invocata ad ogni pie’ sospinto, e spesso a sproposito, è stata promossa in Danimarca da un governo a guida socialista.
Le performance economiche della Germania sono in larga parte il frutto delle modifiche apportate dal governo Schröder a previdenza, mercato del lavoro, unite ad efficaci politiche industriali.
Lo stesso si può dire per la Svezia, la Norvegia, l’Olanda, dove socialdemocratici e laburisti, sono riusciti ad ottenere il consenso sociale su riforme del mondo del lavoro e del welfare che hanno creato nuovi modelli inclusivi e proattivi.

Infine c’è l’argomentazione pseudo culturale: la contrapposizione tra socialdemocrazia e riformismo cristiano e ancora tra socialdemocrazia e pensiero liberale.
Anche in questo caso si trascurano i fatti anche quando molto si è scritto sul rapporto tra socialismo scandinavo e cultura protestante così come sull’apporto dato dai cattolici al socialismo francese, e sulla formazione evangelica di molti leader laburisti. Il Programma di Bad Godesberg recita: «Il socialismo democratico, (…) ha in Europa le sue radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica».
Così come è invenzione la contrapposizione tutta italiana tra liberali e socialisti. Con i liberali di diversa coloritura i socialisti hanno governato in tutta Europa e hanno fatto i conti con il pensiero liberale e con il mercato.
Il moderno Welfare State britannico nasce nel dopoguerra, dall’azione del governo laburista di Attlee, che attinge ampiamente dall’elaborazione di un grande studioso, e parlamentare, liberale come William Beveridge.
La stessa vicenda del socialismo italiano, una vicenda affatto sui generis, è anche segnata dall’intreccio con il progressismo di derivazione liberale: penso a Rosselli, ma anche all’apporto del gruppo dirigente azionista, dopo lo scioglimento del partito, al dibattito e all’elaborazione di Psi e Psdi.
Le storie e i progetti delle forze socialiste in Europa si sono sviluppate intrecciandosi prima con la cultura dei diritti civili e poi con quella della differenza. Le rivendicazioni del movimento femminista, l’influsso del pacifismo, e all’ambientalismo hanno profondamente influenzato l’azione dei governi socialisti (un esempio su tutti: la tutela dell’ambiente inserita come valore costituzionale in molti paesi).

Insomma la socialdemocrazia è tutt’altro che il monolite piantato nel secolo scorso che alcune interessate ricostruzioni accreditano.
A che serve, dunque evocare un più intenso rapporto con il Pse, se dal Pse non ci si può attendere (per fortuna) alcuna ortodossia?
Provo a formulare tre possibili risposte, che si portano appresso, naturalmente, anche nuove domande.

La prima risposta sta appunto in questo: molte socialdemocrazie propongono un modello di partito in grado di far convivere culture politiche diverse e portarle a sintesi; diremmo, in Italia, un soggetto politico a vocazione maggioritaria, e comunque un’esperienza organizzativa, che non si tratta certo di importare meccanicamente, ma alla quale se non altro dovremmo guardare con meno sufficienza.

La seconda risposta viene dall’Europa: ha ragione Pierluigi Castagnetti quando ricorda che negli anni ‘90 le forze di centrosinistra (forze, aggiungo io, non poco influenzate da impostazioni liberiste) non hanno saputo portare a compimento il percorso di costruzione europea (anche se, naturalmente, la destra ha fatto assai peggio).
Oggi la crisi determina un bipolarismo oggettivo nel nostro continente tra chi ritiene che per affrontare la crisi sia sufficiente il rigore e chi ritiene essenziale il ritorno in campo della politica. È una dialettica che la vicenda greca ha reso ancor più evidente e drammatica. Non senza contraddizioni ed incertezze, di questo si discute oggi nel campo delle forze progressiste europee, che conseguentemente si pongono il problema di come rafforzare le politiche comuni sia dal punto di vista socio economico sia dal punto di vista istituzionale.
L’ evoluzione in questo campo, dove pesano ancora visioni egoistiche ed arretrate, è incerta, ma questa è una buona ragione per dare un contributo ad un approdo compiutamente europeista, mentre è invece sicuro che da soli, o confinati in un limbo, non si coglierà nessun risultato. Questo tema è destinato a diventare ancora più centrale se si pone come noi facciamo, l’esigenza di una legittimazione democratica del governo europeo. Insomma, se davvero si conseguisse l’obbiettivo di una commissione la cui guida sia scelta dai cittadini dell’unione, con chi dovrebbe operare il Pd se non con le forze del Pse?

La terza risposta si pone sul terreno della cultura politica.
Il revisionismo socialdemocratico, nelle sue diverse manifestazioni, mira a realizzare un compromesso tra mercato e democrazia che valorizzi il valore del lavoro: è evidente che i termini di riferimento sono completamente mutati, ma non è esattamente questo il tema che si pone oggi? Si tratta di trovare un nuovo compromesso tra economia e democrazia, evitando che la prima, nella sua versione finanziaria, travolga la seconda. Perché un pensiero che si misura da sempre con quell’obbiettivo non avrebbe le credenziali oggi per interloquire positivamente con chi, pur provenendo da culture diverse, si pone le stesse domande?
C’è anche la storia italiana, naturalmente, compresa, eccome, quella recente.
Penso alla controversa vicenda del socialismo italiano e del suo crepuscolo, ma anche al fatto che il Pd nasce prevalentemente dall’incontro tra gli eredi delle forze politiche che da fronti opposti avevano ostacolato, o almeno condizionato, lo sviluppo di una forza socialdemocratica: la Dc e il Pci. In particolare, le modalità della svolta del Pci, la preoccupazione di preservare l’originalità italiana e l’incombenza del Psi di Craxi contribuirono a far sì che la cultura liberale finisse per esercitare un peso assai rilevante su quel passaggio, gravato da comprensibili, oggettive ansie di legittimazione. Si è finito così per smantellare, con le vecchie politiche, anche alcuni strumenti di analisi tutt’altro che superati.
È anche così che vanno spiegate l’affermazione di una visione eccessivamente ottimistica dello sviluppo globale e una certa disattenzione per le trasformazioni del modello economico e delle sue ripercussioni sul piano sociale.
È anche cosi che va letta, a mio avviso, la conseguente sottovalutazione del tema degli interessi e dei bisogni materiali nel confronto politico: un tema tornato in campo in modo drammatico con la crisi.

Dietro l’ostilità all’evocazione della cultura socialista sta pure una malcelata insofferenza per la dimensione popolare della politica che, con moventi diversi, si chiede di derubricare a vicenda del secolo scorso.
È un modo di eludere le ragioni profonde di alcune fragilità attuali del riformismo italiano, spesso oscillante tra radicalismo e subalternità, ed è un modo per evitare che il dibattito sul rinnovamento si dispieghi sul terreno più serio e difficile: quello delle idee.

Tutto questo perà non ci sottrarrà a una domanda: che valore economico e sociale assegniamo all’attività dell’uomo?
È un quesito che non si lascia aggirare. Le ragioni di un’elaborazione che affermi il valore dell’uguaglianza saranno una ricchezza per tutti. Persino al di là del nome che vorremo darle.

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