di Corrado Ocone
da www.ilriformista.it

Una silloge dei saggi novecenteschi sul grande pensatore francese appena uscita da Mimesis ne costituisce l’occasione per riproporre tutta l’attualità di Montesquieu ed aiuta anche a capire perché il suo ruolo sia stato sottovalutato.

«Non vi è un evento di una qualche importanza nella nostra storia recente che non rientri nello schema di idee e timori proposto da Montesquieu».
Ad affermarlo è Hannah Arendt, in uno dei saggi raccolti in “Lo Spirito della Politica – Letture di Montesquieu“, una utile silloge di saggi novecenteschi sul pensatore francese che l’editor Mimesis ha appena mandato in libreria, a cura di Domenico Felice.
Autori ne sono: Isaiah Berlin, Raymond Aron, Federico Chabod, Norberto Bobbio, Sergio Cotta, Jean Starobinski e, appunto, Hannah Arendt, di cui il curatore ha riportato vasti frammenti di citazioni da diverse opere raccogliendole sotto il significativo titolo per una filosofia del limite.

Se Montesquieu ha sicuramente un posto definito nella storia del pensiero politico, non si può dire altrettanto per quel che concerne la storia del liberalismo.
A parte qualche tributo formale alla sua teoria della separazione dei poteri, che è poi l’architrave del costituzionalismo liberale, in genere non si è prestata al suo pensiero l’attenzione dovuta quando del liberalismo si è ricostruita la genesi ideale e storica. Pochi o forse quasi nessuno si è spinto a considerarlo, come io credo sia giusto fare, un Padre della dottrina, al pari di un Locke: o, ancora più radicalmente, il Padre di un modo diverso e altro, che a me vuol sembrare più compiuto, di concepire il liberalismo stesso.
A questo modo di intenderlo l’Esprit des Lois è la prima opera di un riconosciuto spessore che ha fornito due elementi o nuclei concettuali qualificanti che potremmo individuare con qualche approssimazione con i termini di pluralismo e storicismo. Se poi a tutto ciò aggiungiamo il fatto che in lui troviamo una convinta critica liberale della democrazia diretta, e anche in qualche modo di quello che sarà chiamato “dispotismo della maggioranza” da Tocqueville un secolo dopo, ci rendiamo facilmente conto della sua ineludibile centralità e importanza.

Per capire il centro di questo discorso, credo che sia molto istruttivo confrontare il pensiero di Montesquieu con quello degli altri due grandi pensatori della modernità poltica – Hobbes e Rousseau – dalla cui comparazione emerge con chiarezza che dei tre l’unico vero liberale è proprio Montesquieu.
La differenza, per dirla in soldoni, è fra autori monisti e autori pluralisti: fra teorici di una “società bene ordinata” e dello “Stato ottimo” e teorici della positività del conflitto e dello Stato come mediazione e divisione dei poteri. «Montesquieu» – scrive Berlin nel saggio riprodotto nell’antologia – «non è un pensatore ossessionato da un qualche principio unico, che cerchi di ordinare e spiegare ogni cosa in termini di una categoria centrale, morale o metafisica, alla cui stregua tutte le verità debbono essere formulate».

In effetti Hobbes è il primo e rigoroso teorico dello Stato Assoluto, dell’assolutismo. Egli ha teorizzato la forza e l’onnipotenza del Leviatano, il cui potere si fonda su un contratto che lo lega agli individui che sono sotto la sua giurisdizione. Il fatto che Hobbes abbia legato il suo nome all’assolutismo non è in contraddizione col fatto che egli venga generalmente considerato anche il progenitore del liberalismo classico, che avrà successo pratico soprattutto in Francia (si pensi alla sua degenerazione giacobina) ma anche in Italia agli albori dell’Unità: di un modo di concepire il liberalismo da un punto di vista statocentrico (se non proprio statolatrico) per cui esso deve essere sorretto da un forte potere centrale.
Sia nella fondazione dell’assolutismo sia in quella del liberalismo classico di ispirazione hobbesiana c’è la finzione di un “contratto sociale” che precede la nascita dello Stato: esso avviene fra il sovrano e i cittadini e tramite esso i secondi affidano al primo il compito di tutelare alcuni loro diritti originali e inalienabili.

Tutt’altro è il liberalismo di Montesquieu: esso non crede nella forza di un potere centrale ma crede piuttosto che la sovranità debba essere diffusa, distribuita quanto più possibile fra diversi poteri e diversi corpi.
A questo secondo tipo di liberalismo, che potremmo definire pluralistico, non ha arriso sin dagli inizi la fortuna concettuale che è stata proprio del primo, che non a caso viene fatto coincidere ancora oggi da vari studiosi col liberalismo tout court. Ciò spiega anche in parte perché le storie del pensiero liberale si siano spesso dimenticate di Montesquieu.

Per quanto concerne invece Rousseau, va osservato che, nella repubblica democratica, che è quel che nel modello che si avvicina di più allo stato ideale disegnato da Rousseau, «il popolo che gode del potere supremo deve fare da solo tutto ciò che può fare bene; e ciò che non può fare bene deve affidare ai suoi ministri … come la maggior parte dei cittadini sono abbastanza sicuri di sé per eleggere, ma non per essere eletti, così il popolo ha sufficiente capacità per farsi render conto della gestione altrui, ma non per amministrare direttamente. Occorre che gli affari procedano, e con un moto che non sia né troppo lento, né troppo veloce. Ma il popolo è sempre troppo, o troppo poco attivo. Talvolta con centomila braccia travolge ogni cosa, talaltra con centomila piedi non va più spedito di un insetto».

Quindi qui c’è una diffidenza, direi epidermica, per il popolo inteso come entità o massa indistinta: per Montesquieu è giusto che la sovranità appartenga al popolo, ma il popolo, che «per natura sua agisce spinto dalla passione», deve esprimerla necessariamente attraverso rappresentanti. In più, questi rappresentanti, devono farsi classe dirigente o élite, assumere nei suoi confronti una funzione “educativa”: il popolo «deve essere illuminato dalle persone più importanti e tenuto in rispetto dalla gravità di alcune personalità». Non vi sembra di ricordare qualcosa di molto vicino, concernente il nostro oggi italiano?

È qui che si inserisce il discorso di Montesquieu sulla separazione o divisione, ma meglio sarebbe dire distribuzione, del potere.
Egli è il primo, e fra tutti uno dei più coerenti e rigorosi, teorici di questo principio fondamentale del liberalismo.
Egli esalta i governi moderati proprio perché, come dimostra, essi sono quelli in cui il potere è diviso in diversi corpi, e per questo egli esalta la monarchia inglese perché in essa il sovrano governa, il Re rappresenta l’unum della nazione, ma nello stesso tempo è sottoposto a leggi fondamentali che ne circoscrivono l’ambito di possibilità, e, nello stesso tempo, il suo potere effettivo viene in qualche modo diviso con una miriade di altri poteri, corpi e altri ordini sociali.
Il punto teorico centrale da considerare è che questa concezione del potere si basa su un altro principio squisitamente liberale che Montesquieu fa proprio: la consapevolezza che è impossibile per chi detiene il potere di non abusarne se esso si presenta come potere smisurato o addirittura illimitato. L’impossibilità è data dal fatto che l’esperienza ci attesta ed è in qualche modo nella “natura delle cose” che l’essere umano tenda ad aumentare sempre più la propria sfera di influenza e che se non viene limitato o controllato da altri poteri finirà per essere causa di ogni tragedia, anche o a maggior ragione quando crederà di agire a fin di bene.
Questo principio liberale, che viene spesso definito “pessimismo antropologico”, ma che credo sia più giusto chiamare “realismo” in quanto l’uomo è un singolo inestricabile di elementi positivi e negativi che non inducono né all’ottimismo né al suo contrario, viene espresso con molta chiarezza da Montesquieu soprattutto nell’XI libro, il più importante del suo capolavoro, quello in cui egli esalta le virtù della monarchia inglese.

Quindi, nella concezione montesquiviana, i poteri prima di tutto devono essere più d’uno: l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario; poi devono essere separati; quindi debbono essere anche esercitati attraverso una pluralità di enti intermedi.
Più la sovranità è ricca e articolata, più una società può dirsi liberale e non a caso, il liberale diffida della semplificazione dei poteri e degli stessi problemi: diffida del decisionismo. Nel frazionamento non c’è semplicemente una divisione o una separazione dei poteri, ma un controllo reciproco, ovvero un bilanciamento e un condizionamento. Il potere che non abusa di se stesso non è in sé virtuoso, ma è costretto ad essere tale da limiti e freni vari.
Compito del liberale, della sua sapienza politica, è precisamente e precipuamente quello di porre limiti, agli altri e a se stesso, che è la cosa più difficile.
Quando, per fare un esempio, c’è in uno Stato un regime di corruzione alto e diffuso, il liberale non si limiterà a fare prediche morali più o meno inutili, a invocare i principi etici: una funzione che tocca ai moralisti o ai preti. Egli piuttosto si rimboccherà le mani e cercherà di trovare il modo affinché poteri di controllo bilancino quel potere che è diventato corrotto perché è diventato prima di tutto smisurato o immoderato.
Governo moderato è pertanto quello che tiene conto della molteplicità e diversità degli interessi presenti in una società complessa e, riuscendo a trovare punti di equilibrio accettabili fra di essi, abolisce di fatto ogni atto di forza o abuso politico: quindi: equilibrio, bilanciamento, compromesso, controllo reciproco fra i poteri.

Quella liberale così concepita è certamente una concezione prosaica, non eroica, non esaltante, ed il liberale è sempre aperto alla mediazione (non sui principi ovviamente). La sua è una “passione calma” e ciò non è male se è vero come è vero che la storia, soprattutto nel secolo scorso, ci ha mostrato che molte concezioni sedicenti morali della politica, ammantate di tante buone intenzioni, hanno generato danni e tragedie.
Gli uomini e gli eventi non sono mai, per così dire, neri o bianchi, o almeno non lo sono in politica; quando hanno il predominio forze con un’ottica manichea, si può dire che a vincere sia non la politica, e men che mai la politica liberale: vince l’antipolitica, e questo vale, per dirla col linguaggio della politica moderna, a destra come a sinistra.

In definitiva, proprio per questa consapevolezza della complessità della società e della necessità di coglierne tutte le sfumature per comprenderla ed agire in essa ragionevolmente, io credo che Montesquieu sia stato, più di Locke, il primo grande liberale.

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