di Lorenzo Passerini
da www.thefrontpage.it

Nelle scorse settimane il Corriere della Sera ha pubblicato la raccolta “Laicicattolici – I maestri del pensiero democratico”, raccolta di alcuni scritti di intellettuali e politici che con il loro pensiero e le loro azioni hanno contribuito in modo significativo a costruire l’Italia democratica: si tratta di 15 volumetti, il primo di Benedetto Croce e Luigi Einaudi, l’ultimo di Vittorio Foa; in mezzo Sturzo, Degasperi, Gobetti, Salvemini, Bobbio, Dossetti, La Malfa, Moro, Amendola (Giovanni), Calogero, Del Noce.
Tutti, ad eccezione di Del Noce, si collocano all’interno della tradizione liberale, liberalsocialista o cattolico-democratica, nessuno all’interno di quella comunista.

L’esclusione, magari discutibile, non mi sembra comunque arbitraria.

Certo, non possiamo non ammirare e non apprezzare i comunisti (quelli di una volta), non solo per la loro capacità di sacrificio e per le loro vite dedicate agli ideali di uguaglianza e di solidarietà, ma anche per il grande contributo che hanno dato nella lotta contro il fascismo, nella nascita della Repubblica, nella elaborazione della Costituzione, nell’amministrazione riformista di molte città e regioni e, infine, nella lotta al terrorismo e nella difesa della democrazia.
Tuttavia è innegabile che storicamente l’ideologia comunista ha generato regimi totalitari e che anche il Pci, nonostante il suo essere un pezzo importante della nostra storia, non ha mai accettato del tutto, almeno fino ai primi Ottanta, il valore delle garanzie, delle procedure e delle istituzioni liberali; in sostanza ha coltivato per lungo tempo l’illusione, per dirla con Bobbio, che si poteva evitare il problema di come si governa puntando tutto su chi governa (da pochi borghesi alle masse proletarie). Perchè se è vero, come scrive Foa, che fra comunismo sovietico e uomini e donne comunisti che hanno lottato per la giustizia vi è stata differenza è altrettanto vero che vi è stata anche contiguità.
L’osservazione (per altro legittima e storicamente vera), che le classi dirigenti liberali (Croce ed Enaudi compresi) favorirono, almeno inizialmente, l’avvento del fascismo, non può però essere un’attenuante per legittimare illiberali.

Qui però voglio fare qualche riflessione sull’ultimo volumetto, quello di Vittorio Foa, appunto.
Passaggi, è il titolo del libro: si tratta, come scrive l’Autore nella nota introduttiva, di una serie di pensieri scritti nel corso degli anni Novanta del secolo scorso e pubblicati nel 2000 così come erano, con qualche ripetizione e senza seguire un ordine cronologico o tematico, ma puramente di gusto personale; in altre parole una raccolta di frammenti attraverso i quali Foa ripercorre i fatti di una vita che ha attraversato interamente il Novecento.
Tuttavia, all’interno di questi pensieri non è difficile individuare alcune costanti, alcuni temi ricorrenti: la guerra e l’uso della forza, il fascismo e l’antifascismo, la destra e la sinistra, gli affetti familiari e amicali, la Shoa, l’Europa, i sindacati e i partiti, il lavoro, l’economia politica, i giovani e il futuro.

Proprio in relazione a questi ultimi temi, oggi di particolare attualità, che vorrei fare qualche riflessione lasciando parlare l’Autore perchè ci può aiutare a capire meglio il presente e le nostre responsabilità verso il futuro.

A proposito di tabù:
Ci fermiamo a guardare i mali di questa vecchia Sinistra italiana che si sta smarrendo e si resta colpiti dalla quantità di feticci. Sono il tessuto di conservazione con il quale la vecchia Sinistra tenta di tenere ferma ogni cosa. Parole che hanno avuto in passato un senso vengono agitate come tabù adesso che non vogliono più dire null’altro che “non muovete nulla, questo non si tocca”: le pensioni, la scala mobile, la proprietà (o la gestione) pubblica, lo status del pubblico impiego. La stessa parola “sinistra” diventa un feticcio, un robusto reticolato in difesa dell’esistente. Mi piacerebbe una nostra grande campagna contro i feticci di Sinistra, anche col rischio di vederne sorgere nuovi più pericolosi” (1992).

A proposito di disavanzo pubblico:
Un serio vuoto culturale è stato quello del sindacato sul bilancio. In Italia il disavanzo fra entrate e spese pubbliche è stato alto e crescente. Per molto tempo, penso soprattutto alla seconda metà degli anni Settanta, il disavanzo fu finanziato dalla moneta, dall’inflazione: il Tesoro chiedeva soldi alla banca centrale e questa glieli dava per coprire il deficit. Poi venne il cosiddetto divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, il governo trovò più difficile farsi dare soldi dalla banca e crebbe l’indebitamento: il disavanzo fu coperto con i prestiti con tassi di interesse molto alti… L’errore comune è quello di far pagare il conto ai discendenti, alle generazioni future. Solo lentamente i sindacati si sono accorti che il disavanzo pubblico era un tema decisivo; già in parte con la politica dell’EUR di Lama e più esplicitamente con la concertazione di Trentin le cose sono andate a posto. Nell’indifferenza della Sinistra storica verso l’inflazione e l’indebitamento pubblico vi è certo un elemento culturale, l’illusione monetaria. Ma vi è stato anche un calcolo: manovrando la moneta e la spesa è più facile risolvere i conflitti sociali.” (1993)

Potremmo dire che le cose hanno preso una piega diversa anche grazie al lavoro dei governi Amato, Ciampi e Prodi; non altrettanto si può dire dei governi Berlusconi.

Per finire a proposito di future generazioni:
Due sono i vuoti della democrazia di cui si parla pochissimo. Essi riguardano il tempo e lo spazio. Così come la conosciamo la democrazia, anche se espressa nel modo più corretto di volontà collettiva, comprende pur sempre solo i cittadini di qui e di oggi, salvo poche e irrilevanti eccezioni. Il potere di cambiare il destino dei cittadini del futuro è oggi più grande che in passato; la responsabilità verso il futuro cresce senza avere a disposizione i mezzi per affrontarla.” (1993)

Sono provocazioni interessanti e che non possono essere eluse; alla politica – e al Partito Democratico e ai suoi elettori in primo luogo – il compito di trovare una risposta senza appiattirsi sul sindacato che, pur importante, rappresenta comunque gli interessi e il punto di vista solo di una parte della società, anche se larga e meritevole di particolare attenzione, perché la più debole nel mercato del lavoro.

 

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