di Paolo Franchi
Da IlRiformista.It

Meglio meno ma meglio.

Serve una legge, ma prima ancora serve un confronto politico e civile serio e alto per definirne lo spirito e i contenuti.

Che fare della politica e dei partiti?
Si diffonde sempre di più, fino a diventare quasi inarrestabile, l’idea che non se ne possa e non se ne debba fare un bel nulla; per adesso, meglio lasciarli cuocere nel loro brodo; per adesso, meglio guardare da una distanza di sicurezza alle loro convulsioni, incrociando le dita perché non facciano troppi danni.
Poi, chi vivrà vedrà.

Non c’è bisogno di compulsare avidamente i sondaggi per renderci conto che è questa l’aria che respiriamo, l’opinione ultramaggioritaria del Paese: quei sondaggi ci segnalano contemporaneamente il livello infinitesimale cui è precipitata la fiducia nei partiti e il consenso largo e stabile di cui godono Mario Monti e il suo governo di questo ci parlano. La sfiducia non è poi più neanche rabbia, contestazione, protesta in qualche modo etichettabile come antipolitica, ma ha molto (ma molto) di più a che fare con la convinzione diffusa, quasi un nuovo senso comune, che quelle della politica e dei partiti siano ormai solo storie del passato.

Quale possa essere il futuro non è chiarissimo, ma sul fatto che quel passato non tornerà, e che politica e partiti (questi sicuramente: ma forse pure quelli, ipotetici, prossimi venturi) siano morti che camminano, sembrano esserci pochissimi dubbi. Se poi i morti che camminano provano a certificare di straforo la propria esistenza in vita facendo caciara (è accaduto questa settimana, per primaria responsabilità del Pdl, tra vertici saltati e richieste di dimissioni di un ministro reo di aver sussurrato che questa politica gli fa schifo), peggio mi sento; la sfiducia trascolora in aperto fastidio, l’indifferenza in collera verso una politica che delega senza farsene un dramma sacrifici e rigore, e insorge quando teme siano chiamati in causa i propri interessi.

Ha ragione, Bersani, quando si infastidisce a sentire il Presidente del Consiglio che invita i partiti ad abbassare lo spread delle loro polemiche se vogliono contribuire al calo dello spread vero: anche in questa “strana” maggioranza c’è partito e partito, ognuno porta le proprie responsabilità, attenzione a non confondere le acque.
E’ però inutile far finta di non sapere che il senso comune di cui sopra riguarda (in parte a torto, in parte a ragione) un po’ tutti, ed è un senso comune pericoloso, molto pericoloso, tanto più se a incrementarlo oltre misura provvederanno, come già sta accadendo (la Lombardia, certo, ma pure il caso Lusi), scandali tangentizi e malversazioni consumate all’ombra della politica.
La fine ingloriosa della Prima Repubblica potrebbe persino rivelarsi una cosa relativamente modesta rispetto al tracollo di quel che resta (poco) della cosiddetta Seconda.

Questi partiti non sono stati messi in mora da un qualche odioso complotto, ma si sono messi in mora da soli.
Chiedere loro dei colpi d’ala e degli scatti di reni, o addirittura di transustanziarsi in forze costituenti di una Terza Repubblica, rischia di essere un puro esercizio retorico: i costituenti, quelli veri, erano forti di un largo consenso popolare, non davano l’idea di essere gente in cerca di una qualche scappatoia per salvare, politicamente parlando, la pelle, come purtroppo sembra essere ora. Qualcosa di politicamente e istituzionalmente importante però, in questo anno o poco più che ci separa dalle elezioni, possono e debbono (o meglio: potrebbero e dovrebbero) farlo ugualmente.
Come avrebbe detto quel tale: meglio meno, ma meglio.

L’articolo 49 della nostra Costituzione sancisce, come è noto, il diritto di tutti i cittadini ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Liberamente e con metodo democratico.
Lasciamo pure da parte le controversie del passato su come andassero interpretate queste espressioni e stiamo al presente, in cui simili parole paiono non solo vuote, ma quotidianamente contraddette dalla realtà.
La cosa non ha attinenza con il discredito che circonda i partiti? Ne ha moltissima, e non si può pensare di venirne in qualche modo a capo con rivoluzioni dall’alto, magari annunziate da un predellino, o con improbabili autoriforme.
Non ci giriamo in tondo: nel Paese in cui un partito estinto continua a ricevere abbondanti finanziamenti pubblici, per disciplinare democraticamente sotto i più diversi profili la vita dei partiti (di questi che ci sono e di quelli che verranno) serve una legge, e, visto che non si tratterebbe di una legge qualsiasi, serve un confronto politico e civile serio e alto per definirne lo spirito e i contenuti.

Bersani, nei giorni scorsi, aveva annunciato un forte impegno in questa direzione: vada avanti con coraggio.

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