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Riprendiamo (per l’ennesima volta) il Blog parlando della notizia di circa un’ora fa, una notizia importante sotto tutti gli aspetti che la coinvolgono: l’assoluzione di Silvio Berlusconi da parte della Corte d’Appello di Milano per i fatti di cui al c.d Processo Ruby.

Una decisione che (al netto di ulteriori e più profonde valutazioni che emergeranno con il deposito delle motivazioni della sentenza) avrà enormi ripercussioni, politiche, di politica giudiziaria interna (all’interno dell’ambiente del diritto e della magistratura) ed esterna (relativamente a come si guarderà alla magistratura ed alla riforma della giustizia) …. e  non solo.

Diciamolo subito, tra Noi giuristi era già nell’aria la sensazione che la sentenza di primo grado del Tribunale di Milano fosse abnorme sotto il profilo della pena inflitta e lasciasse enormi dubbi relativamente alla sussistenza e qualificazione dei fatti.

In primo luogo, la qualificazione di quella telefonata fatidica alla Questura di Milano quale esemplificazione di una “costrizione” propria del delitto di Concussione ex art. 317 c.p. era a tutti apparsa come una forzatura punitiva evidentemente sproporzionata rispetto al contenuto ed al tono emerso in istruttoria dibattimentale, e ciò anche tenendo conto della giurisprudenza più dura della Cassazione allora vigente. Dopo la Riforma “Severino” dei reati contro la P.A. e lo scorporo della vecchia Concussione “per induzione” nel delitto di Induzione Indebita ex art. 319 quater c.p., delitto reso (giustamente, in omaggio ai principi costituzionali di colpevolezza e proporzionalità) grave ma non così grave come la Concussione (oramai solo per costrizione) e con pena decisamente severa e forte ma non pesantissima come prima, a maggior ragione la sentenza appariva sotto tale profilo troppo inadeguata e ci si aspettava una necessaria riforma. Nell’assolvere con la formula (ex art. 530 c. 1 c.p.p., e quindi senza alcun dubbio) “perché il fatto non sussiste” è evidente come la Corte d’Appello abbia ritenuto la telefonata insufficiente ad integrare un minimo fatto topico penalmente rilevante, e neanche la “indebita induzione“. E’ questo forse l’aspetto che più sorprende ad una prima lettura, perché a molti di noi sembrava che se non ci fosse alcun dubbio che la telefonata non potesse costituire una “costrizione” (a maggior ragione dopo la recente sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione), ma pareva parallelamente che essa potesse integrare la preindicata “indebita induzione“, proprio per l’impressione del carattere (appunto) induttivo derivante da una telefonata del Presidente del Consiglio dei Ministri diretta ad ottenere un effetto uguale e contrario a quello per cui gli operanti di P.G., adempiendo al proprio dovere d’ufficio, avevano dato corso nonché a quello ordinato, nel corretto adempimento dei propri poteri e doveri giuridici, dal Pubblico Ministero Minorile. Proprio per questo da parte di molti operatori del diritto, ma anche di molti giornalisti esperti, ci si aspettava come altamente probabile una riqualificazione del fatto con parallela rimodulazione (anche sensibile) della pena. Su questo aspetto, aspettare la lettura delle motivazioni della sentenza risulta assolutamente doveroso, e ci aspettiamo digressioni chiare e complete in merito a tutti gli aspetti giuridici che emergono (tipicità della condotta, offensività della stessa, limite minimo di rilevanza, prova della direzione della condotta).

In secondo luogo, relativamente al delitto di Prostituzione Minorile, i commenti e le sensazioni che giravano erano tutte nel senso per cui mancavano (o si dubitava fortemente della prova relativatanto la c.d. “Pistola Fumante“, cioè la prova che S.B. avesse avuto un rapporto sessuale con Ruby in quelle circostanze di tempo e di luogo indicate nel capo di imputazione, quanto la concordanza di un quadro indiziario tale da ritenere implausibile ogni diversa alternativa ipotesi ricostruttiva del fatto, quanto infine del fatto che S.B. fosse pienamente consapevole che la Ruby fosse minorenne. Mentre per quanto attiene la Concussione, il discorso probabilmente è più strettamente legato a problematiche di diritto penale sostanziale, nel campo della Prostituzione Minorile, l’impressione è che abbiano inciso fortemente questioni strettamente processuali e di prova del tratto finale della condotta. L’uso della formula “perché il fatto non costituisce reato” è indicativo del fatto che per la Corte d’Appello si deve ritenere provato un fatto od una condotta riconducibile a tale grave delitto – quindi che presumibilmente si è ritenuto provato che S.B. abbia avuto un rapporto mercenario, o riconducibile a tale figura, con la giovane nordafricana – ma che essa sia stata commessa senza la coscienza e/o volontà di avere un rapporto con una ragazza minorenne. Si deve pensare quindi che la Corte d’Appello abbia ritenuto provato il contesto “ambientale” del c.d. “Bunga Bunga“, ed anche i suoi possibili straripamenti in situazioni aventi rilevanza penale, ma non la prova di un atteggiamento di consapevolezza e volontà in quell’elemento qualificante essenziale quale la minore età (ricordando come la Prostituzione e l’essere utente finale di Prostitute non costituiscano in sé illecito penale se tra soggetti maggiorenni e consenzienti). All’epoca dei fatti, a differenza di oggi, se il minorenne non aveva l’aria del minorenne non si era obbligati a verificarne l’età, e Ruby, va detto, anche quando i suoi avvocati le imposero la svolta “acqua e sapone”, dimostrava tranquillamente 25 anni. Su questo aspetto, la sentenza ha meno sorpreso, anche se tra molti di Noi ci si aspettava un’assoluzione sul fatto, cioè “perché il fatto non sussiste“; anche qua aspettiamo le motivazioni, anche se penso non mancheranno di sottolinearsi similari parallelismi con altri famosissimi casi di proscioglimento in punto dolo/colpevolezza pur in presenza di accertamenti di fatto a carico (cfr. la Sentenza Andreotti).

A questo punto però, iniziano le naturali considerazioni sulla vicenda, considerazioni che devono partire necessariamente dal “tecnico” ma che non possono non toccare l’altro grande ambito intimamente connesso alla vicenda, ovvero quello “politico“, inteso come linee- guida di comportamento e di approccio alla vicenda.

L’impressione tra gli operatori del settore (di fatto confermata dalla sentenza) era che la Procura della Repubblica di Milano fosse partita in questo processo con l’atteggiamento per cui questa era la grande occasione per “incastrare” un personaggio politico che si era caratterizzato per un forte antagonismo rispetto alla magistratura nonché per una serie di condotte che lasciavano stupite per i conflitti di interesse, e per la quasi sistematica capacità di essere presente in situazioni rilevanti ed importanti del nostro paese caratterizzate da malaffare e/o malcostume. Situazioni tendenzialmente quasi sempre caratterizzate da esiti processuali positivi per S.B., ma anche in molti casi favorite da riforme normative “ad hoc” che comportavano una impossibilità di pronunzie sul merito delle vicende e della loro antigiuridicità, essendo intervenute modifiche al “range” dei fatti penalmente rilevanti e/o sulla pena e sul relativo regime di prescrizione. Una resa dei conti quindi, che però (indipendentemente dal considerare il fatto in sé, per cui una Procura della Repubblica non dovrebbe mai avere conti e rese dei conti verso un soggetto, ma solo esercitare i propri doveri investigativi e di valutazione delle condotte sotto i canoni costituzionali) appariva essere stata impostata un po’ superficialmente, o almeno con uno spazio di presunzione di certi dettagli troppo ampio rispetto a quello che, la natura della vicenda, la gravità delle contestazioni e la delicatezza mediatica e politica del complesso, necessitavano. In buona sostanza riemergeva sempre e comunque il canone (mai scritto normativamente, ma troppo spesso presente in decisioni e motivazioni, almeno sino a qualche anno fa) del “non poteva non sapere“, canone illiberale ed ontologicamente in contrasto con i principi di colpevolezza “al di là di ogni ragionevole dubbio“; un canone questo, in sé inaccettabile per qualsiasi processo, e che troppo spesso si tollera in processi di criminalità piccola e/o media, ma che in certi tipi di reati e per certi soggetti imporrebbe un’attenzione speciale. Non parlo di atteggiamenti clementi o altro, ovvio, ma parlo di esigenza, proprio per le conseguenze che si possono causare, di una precisione, concordanza, cura di dettagli e – soprattutto – prova di ognuno degli stessi ben speciale. Così non sembra sia stato e le stesse formule di assoluzione utilizzate – riferite alla loro ipotesi-base ex art. 530 c. 1 c.p.p., senza alcun richiamo al comma 2 della norma che dispone l’assoluzione in caso di mancata piena prova di diversi aspetti del reato – sembrerebbero convergere verso il fatto che in punto fatto (per il capo a) e dolo/colpevolezza (per il capo b) la Corte d’Appello abbia ritenuto l’accusa infondata. Fatto sta che se così è (ed è probabile che sia) non si può non rimanere stupiti da come non siano stati correttamente adempiuti i doveri di precisione, di valutazione dei risultati istruttori, di prognosi processuale nonché di corretta qualificazione dei fatti e di descrizione precisa e puntuale della condotta illecita per la quale si chiede il processo, che dovrebbero sovrintendere l’opera di un magistrato inquirente. Sottolineiamo il termine “Magistrato Inquirente” proprio perché riteniamo che esso non possa mai (e men che meno quando si toccano vicende gravi ed importanti) agire ed azionare il proprio grave potere come un qualsiasi poliziotto o dirigente di P.G.. Non c’è ovviamente denigrazione per questi ultimi, ma è chiaro che il substrato culturale che governa l’azione investigativa e di impulso processuale del magistrato del Pubblico Ministero non può essere lo stesso della Polizia Giudiziaria: lo può e deve contenere, ma deve anche avere un netto surplus di valutazioni giuridiche interne ed esterne rispetto a quelle proprie dell’azione di polizia.

La domanda a questo punto nasce spontanea: ma allora cosa hanno capito, o come hanno valutato i Giudici di Primo Grado del Tribunale di Milano? Si potrebbe ridurre il tutto ad una battuta, cioè “Niente“, ma saremmo ingenerosi e banalizzeremmo le implicazioni di tale tema. Molto probabilmente i dettagli della vicenda del “Bunga Bunga” assieme alle giustificazioni date (la nipote di Mubarak), cui si contrapponevano accuse e continue strategie difensive dirette alla delegittimazione del Collegio Giudicante hanno influito enormemente sulla valutazione, enfatizzando considerazioni morali (e la vicenda era tutto tranne che etica e manifestazione di una buona politica e serietà da classe dirigente) e presuntive.  Non si è potuto comunque evitare però nella prima condanna l’amaro sapore di un certo appiattimento acritico alla Procura della Repubblica, e la stessa pesantezza della condanna è in questo modo apparsa (non è secondario sottolineare il fatto che il Collegio fosse composto da tre donne che inevitabilmente lascia trasparire anche una maggiore iper-sensibilità nella valutazione del disvalore di certi comportamenti, che però rischia di portare a trascendere – per quanto inconsciamente – le regole del diritto e processo penale) come una punizione esemplare, più che una sentenza proporzionata ad una valutazione (in sé discutibile e criticabile, come è legittimo che sia) in fatto ed in diritto, per quanto colpevolizzante di fatti gravi. Questa cosa non va bene, perché la sentenza esemplare è proprio il contrario della sentenza giusta, ed il contrario del rispetto dei principi di colpevolezza sanciti in Costituzione, perché il corollario dell’essere colpevoli è l’essere puniti in rapporto al grado di colpevolezza: la sentenza se è esemplare implica il principio per cui uno paga per tutti o in rappresentanza di tutti (o di certi), per cui vi è un surplus di carico che va oltre le precise cose per le quali uno è stato ritenuto colpevole. Se vi è quel qualcosa in più si ha un’ingiustizia.

E’ certo però che Vi sono alcune debolezze “congenite” nell’inchiesta sul c.d. “Bunga Bunga che però solo i giudici di primo grado non hanno rilevato ed avrebbero con comodità ben verificare, mentre sembrerebbe che solo i Giudici di Appello abbiano valutato.
La prima, e più grave, riguarda il reato di concussione.
Con una scelta sorprendente, Il Procuratore della Repubblica, Dr. Bruti Liberati, e la D.ssa Bocassini, non contestarono alcunchè anche ai funzionari di polizia presunti “concussi” attraverso una soluzione brillante: si trattò di atti scorretti dal punto di vista amministrativo ma non penale. Insomma, Berlusconi fece pressioni indebite, quella notte dall’aereo sulla pista di Parigi, ma nessuno fece nulla di contrario alla legge rilasciando Ruby. Quindi, poliziotti tranquilli e secondo qualche commentatore con un “non detto” attribuito come molto tipico per il modus operandi della D.ssa Boccassini (che stravede per la polizia) per cui gli agenti si impegnano a fondo nell’indagare sul caso del Bunga Bunga e sul suo pesce grosso e in cambio, nulla viene contestato.
La seconda debolezza dell’accusa è figlia della prima: certi di aver ottenuto il lasciapassare sulla concussione, i funzionari e gli agenti di polizia si sono presentati al processo di primo grado rendendo testimonianze così “negazioniste” che il collegio giudicante, per molti di loro, ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura per l’apertura di un fascicolo.

Infine c’è una terza debolezza che ci permettiamo umilmente di portare all’attenzione di tutti: l’incredibile faccenda della linea difensiva di Silvio Berlusconi sostenuta dal collegio difensivo di allora, Avv. Longo ed Avv. Ghedini, che con il senno di poi forse appare come un assist non secondario servito per la condanna di primo grado.
Proprio le inchieste in corso su possibili depistaggi e false testimonianze (alcune, va detto, davvero ai limiti della pacchianeria) provano che sulla prima condanna a sette anni di galera molto hanno influito certi comportamenti che potremmo definire “comportamenti come se”, ovvero come se l’imputato fosse colpevole e bisognasse quindi fare di tutto, dalle tecniche dilatorie ai legittimi impedimenti, passando per le testimonianze in fotocopia (“Signor Giudice, non succedeva niente, solo cene eleganti …”), per riuscire a farlo assolvere.
Insomma una difesa DAL processo invece che NEL processo.

Proprio questo ultimo aspetto, letto come anello finale della catena di questioni sopra esposte, ci da forse la chiave di lettura per individuare l’anello determinante alla base di questa assoluzione. Anello molto probabilmente individuabile nel mutamento del collegio difensivo e quindi della relativa strategia difensiva determinata dall’inclusione del Prof. Avv. Franco Coppi e del Prof. Filippo Dinacci che hanno così raccolto una (meritata?) vittoria che appare agli occhi degli operatori del diritto altresì ancor meno clamorosa se si vogliono laicamente e giuridicamente considerare le crepe dell’impianto Boccassini sopra elencate ed erroneamente valutate in primo grado.
A differenza di Ghedini, il Prof. Coppi, non essendo legato al Cavaliere da un rapporto di affetto o sudditanza o comunanza partitica e di interessi (diversi da quelli eminentemente professionali legati al mandato ricevuto), ed essendo altresì giurista e professionista di indubbio blasone ad autorevolezza, si è permesso di smontare la linea difensiva antecedente delle cosiddette “Cene Eleganti” (Apicella e cha-cha-cha, barzellette e Bunga Bunga) per poi passare a sgonfiare il castello dell’accusa sui rapporti sessuali con la minorenne marocchina.

Ora la faccenda finirà in Cassazione su ricorso (probabile) della Procura di Milano, probabilmente in persona della D.ssa Boccassini, che appare (ma ci si deve debitamente riservare di leggere le motivazioni della sentenza) la grande sconfitta di questo lungo braccio di ferro.  Ritenitamo che comunque in questo caso la Cassazione si comporterà in maniera più attenta rispetto a quanto fatto con la sentenza che è stata pronunciata il 01 Agosto 2013, che si caratterizza per essere (lo diciamo nel pieno rispetto del valore definitivo e vincolante della stessa, cui ci si deve adeguare senza recriminazioni o volontà di aprire fronti ulteriori) una delle più brutte e peggio motivate sentenza in tema di Frode Fiscale depositata da questa Corte, ed anch’essa affetta dal meccanismo presuntivo del “non poteva non sapere“.

Perchè poi la sentenza diventi definitiva occorrerà comunque come minimo almeno un anno, e per questo si dice che il Prof. Coppi abbia consigliato Berlusconi di continuare a comportarsi da “uomo responsabile” … il che politicamente potrebbe essere individuabile nella triade di precetti …. fare le Riforme di Renzi (o con Renzi, le due cose non sono del tutto le stesse), bromuro e lexotan (battuta ironica copyright by Dagospia). Proprio da ciò nasce l’interrogativo: riuscirà il nostro Cavaliere a tacere ed a non evocare Riforme punitive della giustizia, ed a provare ad apparire come possibile neo-Padre della Patria, riuscendo così a salvare se stesso e le sue aziende, – scopo primo della sua discesa nell’agone politico oltre 20 anni fa –  andando in pensione tranquillamente?

Qua mi sa che presto ne parleremo su questo Blog …..

Ben ritrovati.

 

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