Riproduco una prima rapida analisi del DDL di Riforma del Processo Penale.

Articolo opinabile in un paio di passaggi ma per i non addetti del settore penso possa essere di grande utilità.

Tutti i Diritti Riservati.

da: Quotidiano del Diritto del Sole24h

di: Alberto Cisterna

La Camera, non senza dure polemiche, ha approvato il Ddl Ferranti ora all’esame del Senato.
Un atto complesso che, con i suoi 33 articoli, si propone di mettere mano al processo penale, al codice penale e all’ordinamento penitenziario.
Dentro, tra l’altro, ben cinque deleghe legislative al Governo:


a) per la riforma del regime di procedibilità per taluni reati, per la revisione delle misure di sicurezza e per il riordino di alcuni settori del codice penale (articolo 7);
b) per la revisione della disciplina del casellario giudiziale (articolo 8);
c) per l’adozione di norme di attuazione, di coordinamento e transitorie nelle citate materie (articolo 9);
d) per la riforma del processo penale (in realtà, soprattutto, le sole intercettazioni) e dell’ordinamento penitenziario (articolo 29);
e) per l’adozione di norme di attuazione, di coordinamento e transitorie in queste materie (articolo 32) con tanto di possibilità di adottare entro un anno disposizioni correttive e integrative (articolo 33).

Le finalità del disegno di legge e gli interessi in gioco
Alla fine del percorso, è lecito attendersi il conio di alcune centinaia di nuove norme che dovrebbero, nell’intento della maggioranza parlamentare e del Governo, «recuperare il processo penale ad una durata ragionevole» e di garantire il «rafforzamento delle garanzie dei diritti, specialmente dell’imputato».
Attesa l’ampiezza della manovra normativa era lecito attendersi un dibattito molto approfondito e un’attenzione alta degli operatori giudiziari che non si insterilisse (e sterilizzasse) sulle solite polemiche in tema di binomio “inscindibile” intercettazioni/diritto di cronaca, polemiche che da un lato la dicono lunga sul ganglio di interessi messi in discussione dalla modifica del regime delle captazioni, ma che dall’altro lato nulla hanno a che vedere con i diritti dei cittadini coinvolti, nel 99% dei casi, in procedimenti nei quali non vengono disposte intercettazioni e, nel 99,99% dei casi, in vicende che non interessano le cronache mediatiche.
Il regime dell’archiviazione e la durata delle indagini preliminari (articolo 11), le modifiche in materia di riti speciali, udienza preliminare, istruzione dibattimentale e struttura della sentenza di merito (capo II) e, soprattutto, la cosiddetta “semplificazione delle impugnazioni” (capo III) potrebbero avere un’incidenza notevole sull’assetto della giustizia penale se n on fosse che – sempre più e del tutto inopinatamente – acquisiscono margini di rilevanza assetti organizzativi (articolo 11), burocratici (articolo 25) e disciplinari (articoli 12 e 27) che non hanno alcuna diretta incidenza sul gradiente di tutela delle parti private; quasi che si possano risolvere i problemi drammatici del giusto processo con protocolli “in house” oscillanti tra la responsabilità civile e quella disciplinare del singolo magistrato, senza alcun coinvolgimento degli altri protagonisti del processo sugli assetti della giurisdizione e sulla organizzazione degli uffici.
Da questo punto di vista, purtroppo, anche questo disegno di legge muove dalla considerazione del cittadino quale mero utente della giustizia i cui apparati devono al più presto sbrogliare l’affaire in una logica aziendalistica che sta erodendo il prestigio finanche dei più alti consessi giurisdizionali.

Il contenuto delle deleghe e i possibili risvolti
Com’è dato a tutta prima rilevare il “nocciolo” del provvedimento si concentra sulle deleghe e sui criteri e principi cui si devono uniformare. Le modifiche sul versante dell’ordinamento penitenziario e delle misure di sicurezza puntano espressamente a «una diversa regolazione degli equilibri tra le opposte istanze di finalità rieducativa della pena e di sicurezza sociale» incidendo sulle garanzie locutorie che vengono, sostanzialmente, contratte al fine di rendere più celeri le pronunce della magistratura di sorveglianza.
Così, ad esempio, l’articolo 31, comma 1, lettera a) prevede che la delega debba perseguire la «semplificazione delle procedure, anche con la previsione del contraddittorio differito ed eventuale, per le decisioni di competenza del magistrato e del tribunale di sorveglianza, fatta eccezione per quelle relative alla revoca delle misure alternative alla detenzione»; la successiva lettera b) autorizza una dilatazione considerevole delle misure alternative stabilendo la «revisione delle modalità e dei presupposti di accesso alle misure alternative, sia con riferimento ai presupposti soggettivi (soggetti recidivi in primo luogo, N.d.e.) sia con riferimento ai limiti di pena, al fine di facilitare il ricorso alle stesse, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale».
Addirittura “rivoluzionario” l’articolo 7 che, dopo qualche secolo di scienza penalistica, demanda al Governo la «revisione della disciplina delle misure di sicurezza, particolarmente in relazione ai presupposti di applicazione, al fine della rivisitazione del regime del cosiddetto “doppio binario”, che prevede l’applicazione congiunta di pena e misure di sicurezza, nella prospettiva del minor sacrificio possibile della libertà personale, fatta salva la necessità in casi particolari della migliore tutela della collettività». Tra i presupposti di applicazione, com’è noto, rientra la pericolosità sociale del soggetto la quale, a sua volta, è presa in esame dal settore delle misure di prevenzione personale regolate dal Codice antimafia. C’è da augurarsi che, nell’esercizio della delega, questo profilo sia preso in considerazione al fine di evitare l’inevitabile contaminazione dal settore delle misure di sicurezza a quello delle misure di prevenzione, già in fibrillazione su questo versante alla luce dell’introduzione dell’actio in rem e della necessità di upgrading concettuale di una categoria rimasta priva di un adeguamento ai mutati scenari della minaccia criminale.

Gli inasprimenti sanzionatori
Anche questa legislatura non si è fatta mancare una concessione alle politiche securitarie:
inasprimento delle pene per il delitto di cui all’articolo 416-ter del Cp in materia di scambio elettorale politico-mafioso (reato sostanzialmente abrogato dalla novella 62/2014) con la (quasi) equiparazione alla condotta di partecipazione ex articolo 416-bis del Cp (il mimino è sei anni anziché sette) (articolo 3 del Ddl);
le modifiche all’articolo 624-bis del Cp in materia di furto in abitazione e furto con strappo con l’innalzamento della pena pecuniaria e del minimo della reclusione da uno a tre anni e, nell’ipotesi aggravata del terzo comma, da tre a quattro anni e della multa;
il nuovo giudizio di bilanciamento secondo cui, per questi reati, «Le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli articoli 98 e 625-bis , concorrenti con una o più delle circostanze aggravanti di cui all’articolo 625, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità della stessa risultante dall’aumento conseguente alle predette circostanze aggravanti» (articolo 4);
la modifica all’articolo 625 del Cp in materia di circostanze aggravanti del delitto di furto con ulteriori inasprimenti della multa e dei minimi edittali (articolo 5);
le modifiche all’articolo 628 del Cp in materia di rapina con il minimo portato da tre a quattro anni, nell’ipotesi semplice, e da quattro anni e sei mesi a cinque anni nelle ipotesi del terzo comma con una nuova regola di computo delle circostanze («Se concorrono due o più delle circostanze di cui al terzo comma del presente articolo, ovvero se una di tali circostanze concorre con altra fra quelle indicate nell’articolo 61, la pena è della reclusione da sei a venti anni e della multa da euro 1.538 a euro 3.098») (articolo 6)
la modifica dell’articolo 610 del Cp dove si prevede, per il delitto di violenza privata, la punibilità a querela della persona e la si confina alla procedibilità d’ufficio alle sole ipotesi aggravate del comma 2. Con l’eccezione, quanto alla procedibilità, che «si procede in ogni caso d’ufficio se il fatto è commesso a danno di minore o di persona in stato di infermità o deficienza psichica. Si procede d’ufficio altresì se ricorrono circostanze aggravanti ad effetto speciale».
la modifica sul reato di minaccia a protezione delle fasce sociali più deboli stabilendosi, all’articolo 612 comma 2, che «… la minaccia è grave, o è fatta in uno dei modi indicati nell’articolo 339 o se è commessa a danno di minore o di persona in stato di infermità o deficienza psichica o se ricorrono circostanze aggravanti ad effetto speciale» con un ampliamento delle ipotesi in cui la minaccia deve presumersi «grave» ai fini dell’ipotesi più severamente punita (articolo 7).
Sono modifiche forti ma di certo insufficienti a svolgere una reale funzione dissuasiva e di prevenzione per questi reati di grande allarme sociale..

La spinosa questione delle intercettazioni
Come detto, trattasi di uno dei terreni di maggiore fibrillazione. La delega, effettivamente, consegna al Governo margini abbastanza ampi di manovra e, se si eccettua il reato di divulgazione abusiva delle captazioni fraudolente (si veda altro articolo), non individua paletti rigidi entro cui dovrà esercitarsi la legislazione secondaria (articolo 30).
I princìpi e i criteri direttivi per la riforma del settore mirano, con piena consapevolezza e con intento esplicito, a garantire «la riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni telefoniche e telematiche oggetto di intercettazione, in conformità all’articolo 15 della Costituzione, attraverso prescrizioni che incidano anche sulle modalità di utilizzazione cautelare dei risultati delle captazioni e che diano una precisa scansione procedimentale per la selezione di materiale intercettativo nel rispetto del contraddittorio tra le parti e fatte salve le esigenze di indagine, avendo speciale riguardo alla tutela della riservatezza delle comunicazioni e delle conversazioni delle persone occasionalmente coinvolte nel procedimento, in particolare dei difensori nei colloqui con l’assistito, e delle comunicazioni comunque non rilevanti a fini di giustizia penale».
Due brevi chiose: la questione delle precauzioni nell’uso delle conversazioni intercettate viene circoscritta alla fase cautelare nella consapevolezza che è in quel momento che il materiale viene utilizzato dalla stampa e messo in circolazione presso la pubblica opinione. Par chiaro che ogni soluzione dovrà necessariamente prevedere una sorta di “principio del minor danno” con la trascrizione nei provvedimenti giudiziali e nelle informative di polizie delle sole conversazioni strettamente necessarie ai fini propri dell’atto (richiesta o ordinanza applicativa di misura in genere).
Significativo, poi, il riferimento ai colloqui con i difensori, tenuto conto che la disciplina dell’articolo 103 del Cpp (anche in ragione di alcuni pronunciamenti di legittimità talvolta opinabili e di soluzioni pretorie in alcune parti, quanto meno, praeter legem) si è rivelato inidoneo a tutelare il fondamentale diritto alla totale segretezza delle conversazioni tra l’indagato e il proprio avvocato.
Mette conto evidenziare, invece, che la delega prevede «la semplificazione delle condizioni per l’impiego delle intercettazioni delle conversazioni e delle comunicazioni telefoniche e telematiche nei procedimenti per i più gravi reati dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione». La formula c’è da augurarsi sia solo apparentemente anodina. Più che «impiego», termine che rinvia all’articolo 270 del Cpp , è corretto ritenere si tratti della più agevole possibilità di «disporre» le intercettazione in questi casi con le stesse modalità previste per i delitti di criminalità organizzata dall’articolo 13 del Dl 152/1991. Si tratta di una soluzione a lungo auspicata dagli inquirenti che, ovviamente, tiene conto dell’estremo allarme sociale che questi delitti suscitano e della loro sostanziale equiparazione, sotto il profilo del danno e del pericolo per le istituzioni, alle mafie tradizionali.

Ulteriori passi della delega riguardano i poteri di impugnazione dei pubblici ministeri di primo e secondo grado (articolo 30, lettera e e f) e la ricorribilità per cassazione soltanto per violazione di legge delle sentenze emesse in grado di appello nei procedimenti per i reati di competenza del giudice (lettera d). Dal primo angolo visuale davvero notevole la previsione della legittimazione del Pm ad appellare la sentenza di condanna solo quando abbia modificato il titolo del reato o abbia escluso la sussistenza di una circostanza aggravante a effetto speciale o che stabilisca una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato, sulla falsariga di quanto accade per il giudizio abbreviato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Annunci