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L'ARRESTO DI ENZO TORTORA

Rilancio questa bella lettera di Antonello Piroso (indimenticato ex direttore del TG di La7) sul Sito Dagospia relativamente al Caso Bossetti / Yara Gambirasio.

La rilevanza non è tanto nel merito della vicenda stessa – che dovrà essere accertata dalla Corte d’Assise di Bergamo – perchè in sè per me al momento Bossetti è accusato di un qualcosa di profondamente grave, ma è non colpevole fino a sentenza passata in giudicato. Ciò che sono importanti e molto meritevoli di attenzione sono le considerazioni sulla mancata risoluzione dell’eterno problema tra quarto potere giornalistico e potere giudiziario inquirente e … tra esercizio corretto della propria professione e ricerca dello scoop e della mediaticità fine a se stessa ed alle vendite.

Una Lettera veramente meritevole di attenzione e considerazione

TUTTA LA NEBBIA DEL CASO YARA – PIROSO A DAGOSPIA: “NON SO SE BOSSETTI SIA COLPEVOLE O INNOCENTE MA I CRONISTI GIUDIZIARI SI SONO SPIAGGIATI SULLE POSIZIONI DEGLI INQUIRENTI. LO STRACITATO CASO TORTORA NON HA INSEGNATO NULLA…”

Lettera di Antonello Piroso a Dagospia

Caro Roberto,

citarsi addosso con “io l’avevo detto” è al tempo stesso sempre un po’ comico, un po’ triste, comunque un po’ patetico. Epperò mi consentirai di esprimere un divertito stupore nello scoprire, attraverso la cronaca articolata e puntuale che ne fai sul tuo sito, che ora ci sono colleghi che si sono sentiti “usati” dalla pubblica accusa nel caso Yara (cioè da magistrati e investigatori che hanno messo alla gogna il presunto assassino Bossetti).

Chiariamo subito una cosa: io non so se Bossetti sia innocente o colpevole, vedremo quali prove al di là di ogni ragionevole dubbio i pm esibiranno. Il punto è con ogni evidenza un altro: in questa vicenda, come in tantissime altre, la Muta – cioè i cronisti squinzagliati sul caso – si è spiaggiata come una balena sulle posizioni degli inquirenti.

Solo dopo svariate settimane si sono cominciate a udire flebili voci avanzare qualche perplessità. Peccato il circo Barnum del circuito mediatico-giudiziario con il suo “crucifige! crucifige!” fosse in tournée con il consueto spettacolo fin da subito, con tanto di diffusione del video dell’arresto nel cantiere il 16 giugno 2014 (al video taroccato del furgone saremmo arrivati in seguito).

Il 23 giugno, invitato a prendere la parola in un convegno della Rai, spesi parole dure – il video è su youtube – sul trattamento della vicenda fatto anche dai tg del servizio pubblico, citai i 9 minuti, un terzo della sua durata complessiva, del Tg3 sul caso, definii il tutto “macelleria mediatica, altro che diritto di cronaca“, per poi sentirmi accusare, una volta sceso dal palco, di presunzione e pessimo gusto per essere salito in cattedra e aver criticato i giornalisti Rai a un convegno della Rai!

Il fatto è che lo stracitato caso Tortora, in questo ha ragione Il Foglio, non ha insegnato nulla. Né alcuno ricorda il dubbio sollevato dal solo Enzo Biagi qualche giorno dopo il clamoroso arresto (anche lì esibito a favore di telecamere) del presentatore: “Scusate, e se per caso fosse innocente?“.

Immagino la replica: quando sono le istituzioni a parlare, quando è lo Stato in prima persona a puntare l’indice accusatorio, difficile resistere alla sudditanza psicologica.

Allora ecco il giovane Bruno Vespa, già in video 46 anni fa, 1969, annunciare l’arresto di Pietro Valpreda definito in diretta “colpevole” della strage di piazza Fontana (“scivolone di cui ho fatto ripetutamente ammenda” ha scritto in suo libro, tra un plastico e un altro a Porta a Porta).

Ecco Barbapapà Eugenio Scalfari che soavemente ammette, a proposito della pubblicazione di carte su inchieste più o meno scottanti, “certo, il magistrato che viola il segreto istruttorio potrebbe fornirmi materiale non attendibile, ma se dovessi verificarlo tutto non pubblicherei più niente“.

Il tema è però proprio questo: il rapporto con le fonti, che possono essere inquinate.

La sera prima di essere assassinato, l’inviato del Corriere della Sera Walter Tobagi al Circolo della Stampa di Milano metteva in guardia i colleghi: stiamo attenti, per ansia da scoop, a non trasformarci in involontari strumenti di chi ci usa per scopi torbidi, non dichiarati e tutt’altro che disinteressati, rendendoci così complici di quella che anni dopo un magistrato in una sentenza ha bollato come “la suggestione collettiva generata dai mass media“, la Muta appunto (nel caso specifico, si parlava del coro che aveva dipinto Marco Tronchetti Provera come il capo di una specie di Spectre che intercettava da mane a sera il Paese tutto).

Ma in Italia, si sa, vige la presunzione di colpevolezza, perchè “se lo scrivono i giornali, se lo dice la tv, dove c’è fumo ci deve essere pure l’arrosto“, e quindi a chi finisce nel tritacarne, all’accusato, si augura -con un’inversione dell’onere della prova- di poter dimostrare la propria innocenza.

Quando in un vero Stato di diritto dovrebbe essere l’apparato giudiziario a dimostrare la colpevolezza dell’accusato con prove certe, inoppugnabili, incontrovertibili, invece di limitarsi a chiedere, come i magistrati napoletani della retata anti-camorra: “E adesso, caro Tortora, ci dimostri di NON essere mai stato sulla luna“.

Grazie dell’ospitalità, caro Dago, e appuntamento al prossimo giro di giostra.

Antonello Piroso

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