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Colpevole.

Colpevole di Omicidio di Chiara Poggi. Condannato ad anni 16 di Carcere. Confermata la seconda sentenza di Appello di Milano.

Questa è la verità “legale” che emerge dalla lettura del dispositivo che pochi minuti fa è stata fatta nell’Aula della Corte Suprema di Cassazione.

…. ed è una verità che dobbiamo accettare e cui adeguarci sotto tutta una lunga serie di profili. Quella morte è da attribuirsi a Lui secondo la Giustizia Italiana e le conseguenze legali e personali non possono nè devono più rimettere in discussione questa decisione nè essere rimesse in discussione.

Penso sia questione di minuti o mezz’ore prima che i Carabinieri vadano a casa di Alberto Stasi per dare esecuzione all’Ordine di Carcerazione che sicuramente già da ora stanno predisponendo presso l’Ufficio Esecuzione della Procura Generale presso la Corte d’Appello di Milano; al limite minuti o mezz’ore prima che Alberto Stasi si presenti spontaneamente presso un Istituto Penitenziario Lombardo che si prenderà cura di lui e lo opiterà, visto che vige il principio per cui la pena la sconti nell’istituto penitenziario per condananti definitivi presso il quale ti costituisci. (N.d.R. – al momento in cui posto questo pensiero – Stasi si è appena costituito in un carcere per ora non identificato)

La vicenda di Garlasco sotto questa prospettiva si conclude ed alle sue conclusioni Noi, quali cittadini, ci dobbiamo attenere, perchè (lo abbiamo sempre detto e sostenuto, e lo riconfermiamo ancora una volta) alle decisioni della giurisdizione definitive ci si deve adeguare con rispetto. Confidiamo ovviamente di leggere nelle motivazioni della Corte Suprema tutti gli elementi che permetteranno di farci una ragione (magari pure di convincerci oltre che come cittadini, anche come giuristi) dei motivi per cui sulla responsabilità di Alberto Stasi si è passati da una doppia conforme (cioè primo e secondo grado che avevano confermato l’assoluzione per sia pure sotto il profilo della prova non sufficiente e/o contraddittoria) ad una condanna al di là di quel ragionevole dubbio che altri due organismi giudicanti avevano ritenuto sussistente (sia pure sotto il profilo di un materiale probatorio acquisito insufifcinete e contraddittorio e lacunoso).

PERO’ ………… però …….. però ………..

…… in una visione a 360°, la vicenda di Garlasco non può ridursi a questo.

Il processo principe del decennio ha proposto e riproposto problemi ed interrogativi e mali pressochè incurabili della nostra società e del modo con cui la comunicazione e quindi il messaggio che sta alla base della comunicazione tra STATO e Cittadini relativamente alle sue funzioni essenziali (tra cui, ovviamente, quella della Sicurezza e della Giustizia).

….. ed anche queste sono verità.

Le Verità di Garlasco …… sembra il titolo di un episodio di un telefilm o di un capitolo di un romanzo o di una Saga (stile evocativo modernamente instarato dalle prime soap operas americane, come I Peccati di Peyton Place) ……. sì … ma quali verità?

Una prima verità è ancora legata al momento procedimental-processuale del sistema giudiziario e che ci trasmette per cui dobbiamo ripensare il modello professionale ed investigativo delle Forze dell’Ordine che sottostanno (giustamente) alla guida ed al servizio della Magistratura Inquirente. Non possiamo più contare sul modello “à la Commissario Basettoni, od à la Maresciallo Carotenuto“, ed in cui le elite inquirenti sono solo corpi speciali come i RIS, chiusi in pochissimi raggruppamenti che vanno a coprire un bacino di utenze interegionale troppo elevato.

Una delle verità processuali emergenti dall’intero iter processuale di questa storia è dato dal fatto che si sono sbagliate le bracciate proprio nel momento essenziale, chiave, cioè la cristallizzazione e bonifica della scena del crimine. Guardate che è l’ABC dell’accertamento del delitto, un qualcosa su cui esiste sterminata letteratura americana e scientifica sul come fermare e cristallizzare a livello di accertamento e nel periodo più immediato il luogo ove il delitto è accaduto e ciò proprio per permettere l’acquisizione del massimo numero di elementi probatori nella loro valenza più pura e “verginale” e quindi più puro. Avere mancato questo costituisce un errore da penna blu …. perchè significa far nascere lo scorrere di un’indagine subito su una pendenza pari a quella del Mortirolo o del Col dè l’Isoàr … uno sforzo (ed anche una sofferenza per le persone danneggiate come i genitori, ma anche per l’indagato-imputato-condannato) gravoso e deleterio e inutile che ben avrebbe potuto essere evitato se solo fossero state evitate ingenuità e comportamenti come quelli giudiziariamente accertati.

Un’altra verità processuale è che sembra che il fatto di Garlasco non sia comunque un fatto crudele. Sorpresi? … e beh … sì … perchè la sentenza della Corte d’Appello ha ritenuto che i fatti dell’omicidio di Chiara Poggi fossero quelli rilevati nella ricostruzione accusatoria, comprensivi di telefonata depistatoria, di presa di sopresa della vittima e di massacro sulla scala della ragazza …. ma non meritevoli del riconoscimento della circostanza aggravante della crudeltà … e la Cassazione ha confermato questo. Nonostante che lo stesso Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione (l’accusa ai massimi livelli) avesse chiesto l’annullamento con rinvio (il secondo) alla Corte d’Appello di Milano ed abbia detto che … “se uno fa queste cose non si può dire che non sia crudele e non si può dire che non meriti condanne più gravose“, anche nel contesto di un Giudizio Abbreviato.

…. ed il Procuratore Generale ha pure evidenziato un’altra verità (questa volta non direttamente processuale), ovvero la straordinaria esposizione mediatica avuta della vicenda.

Diciamoci la verità con una cinica paradossale e satirica esposizione: Alberto Stasi dovrebbe chiedere i diritti di autore per tutti i soldi che la tragica vicenda di Garlasco ha fatto guadagnare alle televisioni italiane attorno al suo nome ed a quello della sventurata vittima Chiara Poggi. Il dramma di Garlasco ha permesso alle TV italiane di compensare la loro oramai cronica mancanza di idee e di capacità di orientamento educativo-culturale con un infarcimento morboso dei loro palinsesti con collegamenti, indagini pseudo giornalistiche, interviste che hanno instaurato non uno, ma due, tre gradi di giudizio paralleli (ad un certo punto quasi gli esiti delle indagini o gli esiti delle indagini suppletive arrivavano prima in TV che nelle cancellerie competenti), ammantati e giustificati dietro la bandiera del sacrosanto diritto di cronaca ed informazione.

Ricordiamo che una trasmissione in tema (peraltro neanche una delle più volgari) che si è occupata del Delitto di Garlasco si intitola appunto “Quarto Grado“. Per la serie …. Nomen Omen

A chi utilizza la bandiera della libertà di informazione per difendere e giustificare il clamore mediatico avuto (tra questi l’eccellente collega G.L.Tizzoni, anche in un’affermazione di stamattina all’uscita dalla Corte di Cassazione), ci si permette sommessamente di osservare in dissenso come nella vita come in tutte le cose, est modus in rebus e come in ogni professione dovrebbe sussistere un limite di continenza ed etico nell’esercizio dei vari diritti e potestà. Quando la cronaca diventa solo spettacolo o mezzo per toccare il populismo dei sentimenti o, peggio, per “finanziare” (detto in maniera impropria e metaforica) le campagne di una o dell’altra parte, che invece dovrebbero essere finanziate solamente all’interno del processo nelle regole del diritto alla prova, beh si abusa della giustizia e si espone a corrosione il prestigio, l’imparzialità della giurisdizione, caricandola di componenti che le sono estranee e soprattuto condizionando i giudizio. Possiamo dire con sicurezza che nessuno dei giudici popolari delle Corti di Assise che hanno giudicato Aberto Stasi non hanno sentito il peso del loro compito al di fuori delle provve esaminate? Possiamo ragionevolmente pensare che neanche una volta non abbiano sentito un programma televisivo in cui la gente faceva gogna prima ancora del giudizio? Per tacere poi proprio del fatto che questi processi mediatici sono stati affidati troppo spesso a programmi costruiti già a tesi, alcuni sotto il profilo innocentista, altri sotto quello colpevolista, ed affidati spesso a personaggi che di giornalistico nulla avevano.

Caricare mediaticamente di questi pesi ed aspettative i processi significa ritornare in maniera sfumata ad una versione moderna del pollice su e giù che usavano i Cesari nel Colosseo per decidere della morte o della vita dei cristiani e dei gladiatori, in funzione delle grida e della posizione espresse dal popolo romano lungo i giochi.

Uno scenario che è ben lontano da quello voluto e disegnato dalla nostra Costituzione (sì proprio quella … quella carta inutile voluta da coloro che diedero la loro libertà e gioventù per la libertà e i diritti dei loro figli a che un giorno potessero guardare liberamente in televisione Barbara D’Urso !!! ) che esprime concetti non da poco. Dall’obbligo di motivazione delle sentenze e della loro publbicità (per permettere sempre il controllo della decisione e dei meccanismi che stanno dietro una decisione), al principio generale (recepito anche a livello europeo) della pubblicità delle udienze penali (sempre in modo che la gente assista e veda come lo Stato decide di punire uno dei suoi figli/cittadini), fino ad arrivare infine alla presunzione di non colpevolezza. Sì perchè la Costituzione stabilisce la presunzione di non colpevolezza e non la presunzione di innocenza (come erroneamente i nostri illuminati presentatori televisivi e giornalisti dicono). La distinzione non è speciosa e (contrariamente a quanto si pensa) le due cose non sono la stessa cosa. Utilizzando la espressione non colpevolezza per stabilire la presunzione, il legislatore costituente aveva ben presente il principio per cui in tutto il sistena giuridico deve valere il principio in dubio pro reo: se ci sono dei dubbi ragionevoli si deve decidere sempre in favore del reo, anche se poi sotto il profilo della “verità storica“, che può ben divergere dalla “verità processuale” potrebbe essere stato lui il reale autore del reato. Come si diceva, meglio un colpevole libero piuttosto che un innocente detenuto; una regola sacrosanta di civiltà che distingue lo Stato Democratico da quello Dittatoriale per cui tutti colpevoli e dentro in ragione degli interessi politici e di chi detiene il potere … come accadeva col Fascismo, col Comunismo, col Nazismo e … con l’ISIS.

Vorrei ricordare che il compito della lotta alla criminalità spetta alle Forze dell’Ordine ed alla Magistratura Inquirente, non alla Magistratura Giudicante cui devono risultare estranei giudizi morali o eticheggianti ed esemplari diversi dalle regole della prova e di giudizio contenute nelle leggi e nella Costituzione.

Qualcuno lo dica a Giletti, Barbara d’Urso & Co. ….. e qualcuno ricordi, ai Consigli di Amministrazione della Rai o delle società televisive, al Garante della Privacy ed in generale al buon gusto della gente che guarda la TV, il pessimo gusto che è stato dietro tante interviste in cui il dolore e la tragedia di due persone disarmanti nella loro umanità e nel loro dolore derivante dall’avere perso la carne della loro carne sono stati il volano per auditel e battage pubblicitari e per far parlare di sè …..

…. e qualcuno pensi anche al diritto di Alberto Stasi ad essere giudicato ed eventualmente “punito” dai Tribunali della Repubblica, ma solo da loro e non dalle leggi delle fasce auditel pubblicitarie televisive.

…. e qualcuno alla fine ricordi pure che (lo dico sommessamente) forse …. forse …… forse …… forse ……. neanche a Chiara Poggi tutto questo fa piacere dall’alto del luogo in cui ora vive.

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